St. Mantan's Road (Wicklow), mercoledì 16 aprile 2008 - Primo pomeriggio (nuvoloso, 6 °C).
La giovane O’Brien aveva percorso la breve distanza fra le due case quasi di corsa, non che temesse un acquazzone improvviso, era impaziente di comunicare alla sua vicina le straordinare novità avvenute in quei giorni; non era sicura che fossero tutte positive, ma la lasciavo stordita e confusa e forse il parere di una donna più grande l’avrebbe aiutata.
Si bloccò innanzi all’invisibile soglia, passò le dita fra i capelli scuri e sempre folti, quindi si guardò i jeans e vi infilò le mani, poi le tolse: quando ebbe la certezza d’essere in ordine, avanzò.
All'interno della casa, Failam stava curando piccoli particolari della sua persona.
Concentrata al massimo, con la punta della lingua tra le labbra e l'espressione del viso contratta, tentava di migliorare la tecnica per mettersi lo smalto sulle unghie, ma il risultato non era ancora soddisfacente. Quando il campanello suonò, dovette riporre il pennellino nella bottiglietta.
- Ciao Dylis, entra... - Si scostò dalla porta per lasciarle spazio. Green, il gatto di casa, si mosse dal divano per accogliere l'ospite, alla quale si strusciò ripetutamente prima di tornarsene a poltrire. - Eh, mi dispiace, ora sei sua proprietà... - Scherzò la padrona di casa, che invitò la giovane a sedersi al tavolo.
La ragazza fece un cenno d’assenso distratto e si accostò al felino, che accarezzò sul dorso; amava gli animali ma sua madre non la riteneva abbastanza matura per occuparsene e presto si sarebbe ricreduta.
- Perdonami, ti ho disturbata? - chiese Dylis, accomodandosi e scostando una ciocca dietro l’orecchio: - Sai, da quando hai consigliato la mamma e me sono successe parecchie cose, a scuola pare che tutti sappiano che sia stata picchiata, inoltre, c’è qualcuno che si fa avanti, ma non per fare nomi... Io non sono sicura che sia all’oscuro della loro identità, forse hanno paura anche loro e ciò non li rende migliori di me, dico bene? - la guardò un attimo, in apprensione, quindi tornò a coccolare Green: - Almeno, non sanno mentire - soggiunse piano, rivolta al gatto.
Non v'era dubbio che l'incalzante ritmo con cui Dylis narrava i suoi fatti fosse quasi ipnotico per la Matar, che terminò di assimilare parola per parola, unendo e mescolando tutto con lo stato d'animo della ragazza - Sicuramente hanno paura, insomma, queste che ti danno fastidio sembrano disposte a tutto... ma, la polizia? - Nel frattempo aveva svitato di nuovo il tappo dello smalto rosa, liberando un'odore piuttosto pungente.
La O’Brien ponderò la risposta, infine ne concluse che era sciocco tacere dei fatti proprio a Failam, che per prima s’era mostrata solidale: - C’è una supplente di ginnastica che... Beh... Credo sia stata mandata dalla polizia e così mi ha detto, adesso so che almeno in palestra sono al sicuro - rispose e si strinse nelle spalle: - C’è la dottoressa e quel signore, Keaton, che invece hanno contatti con mia madre. Quanto alle ragazze: sono disposte a minacciare chiunque conosca, perché avvertono di perdere terreno. Se mi mostro indifferente, loro crollano, il loro potere diminuisce. Mi odiano più di prima! – concluse fra l’orgoglio e la naturale paura.
L'altra annuì convinta - E tu lasciale odiare... forse l'ho letto da qualche parte oppure me lo hanno detto, non so... - La Matar alzò gli occhi palesando lo sforzo di ricordare - Insomma chi odia fa male a se stesso e basta, alla fine saranno sole. -
- Sì, non mi interessa redimerle - sbuffò Dylis e guardò la Matar: - Mi spiace, anche per loro non deve essere semplice, anzi... Loro l’hanno scelto, io no. - fece una pausa, come se non avesse parole adatte a ciò che desiderava comunicare: - Si sono presentate delle ragazze, sono carine, simpatiche.. - rivide il viso cosparso di efelidi di Rowena: - Magre e popolari, non mi avevano degnata di un invito, ora sono gentili. Sono sincere e in buona fede, non ne dubito, ma forse dovevano farsi avanti prima o forse sono io ad essere dura con gli altri? - sospirò e s’accigliò dubbiosa.
A quel punto Failam smise definivamente di curarsi delle proprie mani, spostò la sedia per mettersi proprio di fronte alla O'Brien. Le prese le mani e la fissò negli occhi, con una decisione che le derivò dalle recenti esperienzie - Sì, forse sei troppo dura con loro. Vedi, io pure ho fatto tanti sbagli, un tempo. Credevo che le mie esigenze dovessero interessare agli altri e certe volte ho fatto guai assurdi per reclamarlo. - Addolcì il tono - Ma ognuno ha i suoi problemi, che forse non sappiamo. Pensa se invece, ancora oggi, nessuno si fosse avvicinato a te... - Failam rimase in attesa di un cenno da parte della ragazza.
Dylis si lasciò sfuggire un lungo respiro: - Sarei sola, mentre non lo sono più – sentenziò, la voce seria e sicura, cercò d’aggiungere come fosse stato difficile tacere e quanto le piacesse stare fra i suoi coetanei senza doverli temere, ma non ci riuscì: una marea d’emozioni e di sensazioni contrastanti ne serrò le labbra: - Grazie - sussurrò poi: - Sei stata tu a far iniziare tutto - e si sforzò di sorridere, benché sentisse la commozione salirle sino agli occhi, pungendoli con piccole lacrime.
Per la Matar, condividere quelle sensazioni era naturale come pensare, si accorse che anche i suoi occhi si stavano inumidendo. Portò una mano a strofinarsi gli occhi e nel contempo rise - Dai che mi fai piangere. - Si schernì.
L’altra scosse la testa, un movimento brusco: - Ma è vero! - protestò: - Hai dato una scossa alla mia vita, mi hai aiutata a parlare chiaramente a mamma, a non scappare, a non subire; non sei stata l’unica?
Sì, ma sei stata la prima, come la tassella del domino che fa cadere le altre e so che grazie a te, vedrò qualcosa di bello in quei pezzi smossi. Il merito sarà tuo... Davvero. -
Le lacrime solcarono le gote di Failam, fermandosi sulle labbra - Ma questo non importa, pensa che io invece ho guadagnato un'amica... - Cercò di strizzarle un occhio.
Dylis tentò di mantenere un contegno o di avere una risposta adatta e brillante, ma non la trovò, perciò gettò le braccia al collo di Failam, con le guance inumidite ed i capelli spettinati.
Dopo qualche minuto, in cui la padrona di casa fu letteralmente sopraffatta dalle proprie e altrui emozioni, riuscì a riprendere una parvenza di controllo. Si staccò dalla giovane e la fissò negli occhi - A volte piangere fa bene, vero? - Poi si alzò per recuperare dei kleenex.
- Hai da fare oggi? Ho tanta voglia di fare una bella passeggiata, guardare le vetrine e mangiare qualche schifezza in pasticceria... - Inarcò un sopracciglio.
La ragazzina trattenne l’istinto infantile di sobbalzare entusiasta: - Sì, è come lavarsi - rispose, estraendo dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto: - Sai? È venuta questa voglia anche a me e non lavoro pomeriggio, perciò... L’idea è brillante - si alzò e suo malgrado, dovette staccarsi dal micio, lo fissò adorante: - Quando potrò, ne prenderò uno. - disse infine, indicando quel batuffolo di peli.
FailamMatar (venerdì, 18 luglio 2008; 16:41);
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Abitazione degli O'Connor, St. Patrick's Av. (Wicklow), martedì 15 aprile 2008 - Sera (poco nuvoloso, 9 °C).
Una serata piacevole, nonostante l'avversità di Hilary per le cene di compleanno, specie se si trattava del proprio. Dipendeva dal fatto che si sentisse a disagio quando veniva messa al centro dell'attenzione ed era difficile non esserlo quando si trattava della protagonista che avrebbe spento la simbolica candelina.
Trentuno anni.
Gareth e Phyllis erano stati contenti di ricevere in casa sia la nipotina inglese che l'ex cognato, con il quale si erano abbondantemente soffermati in dialoghi e discussioni che riguardavano la scelta del trasferimento definitivo a Wicklow Town. Hilary pensò che quell'interessamento fosse dovuto più per indagare se lo zio Jasper stavolta avesse davvero intenzione di mettere radici o scappare di nuovo. E per farsi un po' anche i fatti suoi.
Fu in un momento imprecisato del dopo cena che le due figlie uniche abbandonarono l'intreccio di discorsi per salire in disparte nella stanza di Hilary, dove il nuovo quadro che la raffigurava faceva sfoggio di sé in un angolo del pavimento, in attesa di trovargli una sistemazione, magari sul letto, a fianco a quello che già possedeva da anni.
- Non hai detto una sola parola su Gregory. - commentò lasciandosi cadere seduta sul letto ad una piazza e mezza situato al centro della parete più larga della camera, opposta alla porta che si era preoccupata di socchiudere.
Sian lasciò che suo padre si districasse, assai abilmente, dalle domande degli zii sui progetti a breve e lungo termine, seguì la O’ Connor sino al piano superiore proprio dove l’aveva svegliata quella mattina e lanciò un’occhiata al quadro.
- Ne ho usate troppe per lui, credo- si strinse nelle spalle e chiuse la porta, appoggiandosi con la schiena, fece una calcolata pausa ed infine, come se avesse una granata fra le mani, proseguì:
- Gli ho detto tutto: sulla mamma, sul papà, su di me, su come potrei entrare in un circo senza problemi.
Posso affermare che è rimasto sconvolto, neppure gli avessi rivelato di aspettare un bambino ma ha incassato i colpi con la dignità di un pugile- il sorriso le morì sulle labbra:
- Stai bene?- domandò scioccamente.
- Ho visto Rod, oggi. - le confessò rilasciando l'aria di un sospiro trattenuto dalle labbra appena dischiuse. Un attimo dopo, con il mento indicava la tela sul pavimento
- Mi ha dato quello. È venuto a prendermi in negozio, mi ha offerto una birra e mi ha anche riaccompagnata a casa. -
- Sarebbe galante, se non fosse il tuo ex fidanzato, ora felicemente accasato, che suppongo immagini cosa ti leghi a lui- ribatté sarcastica la ragazza:
- Dati i fatti, mi chiedo cosa volesse da te.
E se anche avesse avuto bisogno del tuo rene destro, poteva agire in sordina, ma io sono diventata più cinica di quanto si possa immaginare.- non si mosse e appena strinse le spalle, prestando attenzione alla reazione di Hilary.
- Un modo come un altro per dirmi che si era ricordato del mio compleanno, che vuole risanare il rapporto di amicizia e che viole rivedere te. - rispose l'altra in un sorriso altrettanto sarcastico. Si alzò dal letto e si avvicinò alla scrivania sotto la finestra. Da un portapenne estrasse una biro e scrisse una serie di numeri su un foglio a quadretti di block notes, lo strappò e lo porse alla cugina.
- E il numero della locanda. Credo sia l'ultimo essere umano rimasto sulla faccia della terra sprovvisto di cellulare. -
La Houston allungò la mano sinistra, sprovvista di guanto e prese il pezzo di carta:
- Cazzo!- imprecò, mentre veniva assalita dalle vertigini:
- I guanti li ho lasciati con la borsa- cercò di ricomporsi e sollevò la testa, che aveva chinato per vedere la luce:
- Niente cellulare?
Immagino, neanche computer e roba varia: si va con i piccioni viaggiatori, insomma, ha delle affinità con mio padre.- si schiarì la voce, sistemò il biglietto nella tasca del vestito:
- Vuole essere tuo amico?
Difficile. Non dico che sia necessario odiarsi, però aiuta.- disse con un ghigno sardonico.
- Finora è quello che ho fatto. - asserì la O'Connor
- Ma credo l'indifferenza sia la miglior difesa da uno come lui. Il computer ce lo aveva. Non dipinge soltanto. È un grafico. Lo insegnano alla scuola che abbiamo fatto. Chiamalo, se ti va. Magari scoprite punti in comune. -
Di punto in bianco però variò le mire dell'argomento
- Hai detto a Greg anche di Jago? -
La cugina fece un cenno d’assenso:
- Vedremo, magari possiamo intrattenere la folla con qualche numero circense- scherzò per stemperare il malumore che sembrava impadronirsi di Hilary:
- Puoi anche sgozzarlo, se ti fa stare meglio, non mi piace vederti così tesa. – la domanda la crucciò un poco:
- No, mi è sfuggito… Pensi che potrebbe reagire male?- chiese incerta.
- Dipende da te e non da lui. - stavolta fu la O'Connor a stringersi nelle spalle
- Non ci sono segreti fra noi, no? Allora sarò sincera e ti dirò che non mi sembra che tu abbia chiuso totalmente il suo capitolo. Hai risposto alle sue mail? Ai suoi sms? Se sì, come credo, cosa hai stabilito? Se non ricordo male, mi avevi
quasi promesso di farmelo conoscere, che lo avresti invitato qui. -
Sian fece una smorfia contrariata, poi piegò un angolo della bocca, le pareva strano dover spiegare la sua relazione con Jago:
- Sì, ma scrivo e telefono anche alla mamma, non significa che c’è qualcosa di… Di… Losco, ecco- provò a giustificarsi e poi sospirò:
- Ci teniamo in contatto, questo è vero; a Greg non farebbe piacere: ho notato come spiava un uomo scozzese che avevo conosciuto... Lui aveva perso il cane e così abbiamo iniziato a chiacchierare e l’ho invitato a bere una birra con noi. Ci vedi qualcosa di particolare?
Io no, lui sì e fino a quando non sono andata a rassicurarlo è stato più teso di una corda di violino.
Vorrei che conoscessi Jago, perché malgrado tutto è stato un ancora di salvezza a Londra e non desidero perderlo, però so che a Greg non piacerebbe.- fece una pausa e socchiuse gli occhi:
- Jago non sarà mai un capitolo chiuso, sai… Non era perfetto, ma era capace di amare e ci siamo amati, soltanto che non potevamo stare insieme, non potevamo essere felici insieme ed ora, amo Greg.-
Hilary ridacchiò divertita sollevando i palmi delle mani in aria. La reazione di Sian era stata più prevenuta di quanto lei avesse potuto immaginare.
- Non devi giustificarti, non con me. - le disse sorridente dandosi sullo sterno due colpetti con le dita
- È il tuo cuore che parla e lo sappiamo benissimo tutt'e due che in noi ha il predominio sulla ragione. Volevo solo chiederti se sei sicura. Se ti senti leggera. Ami Greg ed è una cosa meravigliosa. Ami anche ancora Jago? Non rispondermi. Non sono io quella che deve sentire la risposta. -
Sian fu certa di aver assorbito altre nozioni, perché il senso di vertigine non l’aveva abbandonata, aveva la bocca asciutta e sentiva il cuore martellarle nel petto.
- Amo Greg, sul serio- rispose e con immensa fatica ammise:
- Ma non ho scordato Jago.-

Wicklow, martedì 15 aprile 2008 - Tardo pomeriggio (poco nuvoloso, 9 °C).
Aveva pensato di prendere quel quadro e consegnarlo a Philip in tempi remoti, quando il fratello ancora viveva nella residenza dei Gallagher in Wentworth Place, per fare in modo che venisse conservato nella sua vecchia stanza, la stessa camera dove era nato e cresciuto. Poi era giunta dall'America la cuginetta Olivia, un breve soggiorno nelle lande irlandesi, prima che la situazione familiare oltreoceano si risolvesse e lei facesse ritorno in patria. Curioso che una ragazza dal nome russo potesse definirsi americana. Quella cugina era stata ospite nella sua camera e Rod aveva rimandato il proprio compito. Quanto tempo era passato da quando Olivia Petrova era ripartita? Da allora il quadro, che aveva stazionato per anni sopra l'armadio della sua nuova camera alla locanda, e successivamente era stato spostato nel capanno degli attrezzi per tenerlo lontano dalle paranoie di Brandy, era trascorso almeno un anno. Fu la data sul calendario a ricordargli della sua esistenza, fu quell'avvenimento, rimembrato per caso mentre sfogliava l'agenda degli appuntamenti, a metterlo di fronte al fatto che il luogo provvisorio che aveva scelto potesse nuocere alla vernice sopra la tela. Muffe, umidità, sbalzi di temperatura.
Quando si presentò al Fashion's House era l'ora di chiusura. I negozi, le farmacie, la maggior parte dei supermercati, chiudevano le serrande alle cinque del pomeriggio. Tranne i pub, perché gli Irlandesi avevano sempre bisogno di una porta aperta per trovare una birra fresca, d'inverno e d'estate.
Le due commesse vicino alla cassa bisbigliarono fra loro, richiamando l'una l'attenzione dell'altra. In quel posto di novemila anime era una scena che Rod si era abituato a vedere. Non leggeva il pensiero ma già immaginava i commenti al suo ingresso.
Ommioddio, è lui! Il visionario! Lo sai che se tocca le persone ti svela ogni loro segreto? Dicono che sia in grado di leggere passato e futuro.
Sul secondo punto, Rod rifletté che Scarlett si era dimostrata molto più brava. Era decisamente il suo campo. Sorrise al pensiero della sua nuova, migliore amica.
Mani in tasca, jeans strappati all'altezza delle ginocchia, ed una giacca elegante su una polo a strisce, spaziava con lo sguardo per il locale cercando colei che, occupata a ripiegar magliette, sembrava essere ancora l'unica a non essersi accorta della sua presenza.
-
Posso rapirti per un aperitivo? - le chiese una volta nei suoi pressi, scatenando un moto di sorpresa nell'altra che la fece recedere di un passo, rovinando l'opera di piegatura finora effettuata.
-
Che diavolo ci fai qua? - Hilary O'Connor, sulle sue, domandò con tono chiaramente sulla difensiva. Ma Rod non si scompose.
-
Sono troppo vecchio per indossare boxer aderenti di Dolce e Gabbana con logo a vista sull'elastico e jeans a vita bassa. - commentò con un mezzo sorriso -
Cercavo te. -
La ragazza dalla pelle di luna e gli occhi blu profondi come il mare riempì la propria fronte di rughe di sorpresa e diffidenza.
-
È successo qualcosa? -
-
No. - il ragazzo scosse la testa -
Voglio solo parlare un po' con te. -
Come altre volte in passato, si trovarono seduti all'Ernies l'uno di fronte all'altra, dinanzi a due birre ma mentre l'azzurro degli occhi fissava il viso di Hilary, la ragazza si ostinava a guardare la condensa sul proprio boccale, sulla quale disegnava indistinti segni con il polpastrello.
-
Dov'è Brandy? - chiese lei.
Rod guardò l'orologio al polso. Erano a ridosso dell'ora di cena.
-
È uscita dalla scuola di musica, sarà fuori con il cane. - replicò placido.
Hilary guardò il bicchiere di Gallagher.
-
Una volta avresti preso un Jameson. -
-
Lo faccio solo dopo cena, adesso. - le confidò.
-
Perché volevi vedermi? -
-
Perché vorrei rivedere tua cugina. - le spiegò con tutta franchezza -
E tu sei l'unico tramite. -
-
Ah. - Hilary non negò la propria incertezza. O forse delusione.
-
Perché non posso concepire che qualcosa di bello come quello che c'era fra noi sia ridotto a scheletri ammuffiti e putrefatti. - continuò ancora Rod -
Perché ci ho messo anni a capirlo ma non sopporto l'idea di perderti. E perché trovo stupido che un nomignolo che ti ho affibbiato quando ancora eravamo solo amici, oggi ti irriti al punto da non riuscire più a sentirlo nemmeno pronunciare. -
La O'Connor lo guardò confusa.
Gli spazi dei silenzi vennero colmati con sorsi di birra finché i boccali non vennero svuotati.
E quando i silenzi non poterono essere riempiti se non con una nuova ordinazione, Rod si decise ad alzarsi dalla sedia e prenderle la mano, che rifuggì al contatto.
Un conto pagato in fretta, lui al bancone, lei già sulla porta a giocare nervosamente con la cinghia della borsetta.
-
Posso accompagnarti a casa? -
Per Hilary c'era solo un nome che le rimbombava nella testa.
Brandy.
Una ragazzina ingenua e fortunata che era riuscita a conquistare appieno l'uomo che avrebbe voluto ancora contendere in una battaglia ormai persa. A quante persone aveva rotto le scatole con lui?
Rod. Rod. Rod.
June e Sian sicuramente. Le uniche con le quali era riuscita a togliersi il rospo di traverso in gola.
Perché non riusciva a dimenticarlo? Anche per quei gesti inaspettati e radi come un aperitivo infrasettimanale.
Fu breve il percorso in auto dal parcheggio di Colley Street all'abitazione degli O'Connor in St. Patricks Avenue.

-
Ci vediamo. - aveva tentato di liquidarlo lei, scendendo di fretta dalla Peugeot -
Darò a Sian il numero della locanda. -
-
Aspetta. - aveva invece detto lui, scendendo a sua volta dalla 206 per aprire il bagagliaio. Ne estrasse un pacco lungo, largo e sottile avvolto in carta marrone da imballaggio.
-
Tempo addietro feci questo per dartelo nel giorno del tuo compleanno. - confessò, porgendoglielo -
Ci ho messo un po' di tempo a consegnartelo, ma è tuo. -
La O'Connor lo scartò, guardò la propria immagine sulla tela nei colori del seppia e sentì le gambe tremarle.
-
Rod... - bisbigliò rauca -
Perché diavolo non mi dai una fottuta ragione per odiarti? -
-
Non te ne ho date abbastanza? - chiese lui stringendosi nelle spalle, le mani di nuovo nelle tasche della giacca -
Ci sono sentimenti che vanno oltre ogni astio. Io ho sbagliato con te, ti ho odiata per avermi fatto innamorare quando non avrei voluto soffrire di nuovo. Tu continui a farlo per averti negato qualcosa che avevi tutto il diritto di avere. Abbiamo bruciato il nostro tempo. La mia vita è andata avanti, la tua si è fermata tre anni fa. Troverai prima o poi qualcuno, ma non mi terrò fuori dal giudicare se sia degno o meno di un tesoro come te. Lo devo ad entrambi. -
Hilary, che in fin dei conti era anche abituata a quelle farneticazioni filosofiche, riavvolse la tela nella sua carta da imballaggio.
-
Allora perché ancora non l'hai sposata? -
-
Perché sono un eterno Peter Pan. Sposarmi sarebbe ammettere con me stesso di essere cresciuto. Ed io non voglio crescere. Buon compleanno, Hilly. -

Dublin Institute of Technology, martedì 15 aprile 2008 - Tarda mattinata (poco nuvoloso, 9 °C).
Le cose all'università stavano andando molto meglio per Failam, lmeno i professori, forse messi al corrente da Manstad, facevano meno domande riguardo certe visioni particolari in materia di calcolo.
In sospeso, invece, restava la questione del futuro, immediato o meno, che il professore le aveva prospettato settimane prima, soprattutto in presenza di una decisa Brandy.
Fu per dare una risposta ai tanti interrogativi che si erano affollati nella sua mente che quel giorno tornò a farsi vedere in ateneo, attendendo Stefan all'esterno dell'ateneo, dalla parte opposta della strada.
L'uomo uscì dalla porta dagli infissi verdi e notò subito la ragazza in lontananza. Le lezioni che la discepola prodigio aveva saltato, dall'ultima volta nella quale si erano trovati a parlare, si erano accumulate e lui aveva avuto il timore che la Matar avesse preso la decisione di lasciare il corso.
Per quello, mentre il flusso di giovani alle sue spalle guadagnava l'aria aperta, attraversò la strada con i propri testi sotto il braccio per raggiungere la studentessa.

-
Temevo di non vederti più. - le confidò schietto.
Lei si avvicinò e sorrise -
No, perché? Ho dato un po' di esami... ho avuto da fare. - Vero in parte, il problema stava, ancora, nella difficoltà della ragazza di prendere iniziative senza che qualcuno la pungolasse da vicino.
Per questo, solo allora, si stava decidendo ad affrontare l'argomento -
Dunque, professore, si ricorda che avevamo preso alcune decisioni, sì insomma, la borsa di studio, iniziare a lavorare con lei... - Parole che furono leggermente smorzate dall'emotività del momento.
-
Non l'ho dimenticato affatto, - rispose Manstad con enfasi e si delineò sul suo viso un sorriso sincero ed entusiasta. -
Ho presentato alla commissione alcuni dei tuoi compiti ed hanno ammesso che sei un soggetto particolare. Sono pronti a valutarti ed a concederti la borsa di studio. -
Le cinse le spalle con un braccio, invitandola a tornare verso l'edificio.
-
Nel frattempo, - continuò. -
Mi sto dando da fare per raccogliere eminenti menti per il progetto di cui avevamo parlato. Ho già un paio di nomi conosciuti nel campo. Lo scopo è quello di studiare e risolvere gli enigmi matematici finora insoluti. Un programma costoso ed ambizioso, ma noi abbiamo una marcia in più. -
Ci credeva sul serio, il buon Stefan.
Le gambe di Failam iniziarono ad essere meno sicure. Il professore riponeva una enorme fiducia nei mezzi della sua studentessa e, benché questa fosse in possesso delle capacità intellettive per tenere fede agli impegni, quello che la stroncava era la paura di non essere comunque all'altezza. Un brutto difetto, retaggio dell'educazione ricevuta e del modo in cui per tanto tempo ogni cosa che faceva venisse messa in discussione da chi, di capacità, ne aveva almeno quanto lei.
-
Enigmi insoluti, io purtroppo credo che ne rimarranno comunque... - Un modo ingenuo di mettere le mani avanti.
-
Meglio fallire che non tentare, - ribatté il professore fermando i passi a metà corridoio e volgendosi a guardare la giovane in viso. Le posò le mani sulle spalle -
Un antico quesito chiede: è meglio un rimorso od un rimpianto? Io ho sempre preferito il primo. Meglio sbagliare e pentirsi che vivere tutta la vita chiedendosi cosa sarebbe successo se... -
La Matar era rimasta affascinata dalla calma, dalla profondità della mente di Manstad. Dalle sue parole rassicuranti -
Io sono pronta a cominciare anche subito. - Frase quasi sospirata.
Il sorriso di Stefan si allargò.
-
Bene, - sospirò sollevato a sua volta. Lasciò la presa leggera che aveva tenuto su di lei lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi. -
Sono orgoglioso di far parte della stessa squadra dove ci sarai tu, Failam. Perché è di questo che si tratterà. -

Casa O' Connor, martedì 15 aprile 2008 - Mattina presto (poco nuvoloso, 9 °C).
Sian s’era alzata all’alba, anzi mezz’ora prima: aveva fatto incartare il pesante tomo dal gentile signor O’ Leary, il giorno precedente e poi l’aveva sistemato a dovere per essere adatto a rappresentare il suo augurio a Hilary.
- La gente normale, alle cinque di mattina è solita dormire- le aveva detto suo padre, ma Sian aveva fatto spallucce ed accesso il frullatore incurante delle lamentele.
Era arrivata a casa degli zii con un sorriso radioso stampato sul viso ed un piatto del servizio buono fra le mani.
Aveva aperto Gareth, pronto ad uscire per una nuova giornata lavorativa.
- Ciao Sian. - le disse con un sorriso, una confidenza acquistata che lo portò a farle una carezza sul capo prima di lasciare la villetta a schiera
- Come sta tuo padre? Hilary è di sopra che dorme. -
Nessun altro commento prima che l'uomo si avviasse verso la vettura già con la testa al proprio lavoro. Phyllis le andò incontro.
- Ciao tesoro, ho fatto il caffè. - anche i modi della donna, seppur sbrigativi, erano affabili
- fai come se fossi a casa tua. - Un bacio sulla fronte a sancire quel rapporto affettivo che rendeva la giovane Houston parte integrante della famiglia.
La ragazza salutò gli zii con un’ inusuale energia, neppure avesse le prove dell’esistenza di Babbo Natale, varcò la soglia e sedette in cucina: gli O’Connor non s’erano accorti che aveva con sé due borse o forse immaginavano perché fosse lì al cantar del gallo.
- Papà sta meglio, mi ha parlato di un uomo interessante- soffocò uno sbadiglio e si soffermò un attimo sull’ambiguità dell’affermazione:
- Interessante, ma come matematico o quelle cose lì- si affrettò a precisare.
Poggiò sul tavolo della cucina una crostata ancora tiepida ben riparata da uno strato di pellicola trasparente e fece un cenno con la mano:
- La ricetta l’ho presa da un’agenda- disse con orgoglio e s’accinse a bere la meritata tazza di liquido caldo.
- Tesoro, questa crostata ha un profumo invidiabile. - dichiarò la donna ancora dentro casa lanciando una succulenta occhiata all'opera della nipote
- Ceni con noi? Hilary odia le feste di compleanno, ma sono sicura che apprezzerà la tua presenza. Dì a Jasper che è il benvenuto. Anche con il suo amichetto, se vuole. - l'allusione scherzosa della zia non mancò, accompagnata da un sorrisetto.
Sian rise di gusto a quella battuta e scosse la testa:
- Ucciderebbe per molto meno- disse riferita al padre e congiunse le mani:
- In ogni caso, stasera lo farò smuovere: è il primo compleanno di Hilary che io ricordi, ho pensato di farle un pensiero- sorseggiò un po’ di caffè con aria meditabonda, una strana smorfia si dipinse sul viso:
- Posso salire a salutarla? Ne sarà contenta?- azzardò quindi, osservando la zia.
- Oh. - Phyllis si sistemò la chioma scura dietro la nuca con entrambe le mani, mantenendo il sorriso
- Accomodati. Svegliala tu. Dammi un secondo che cerco una cosa... -
Rimestò fra gli scaffali dei pensili della cucina, recuperando una candelina a tortiglione bianca, con relativo supporto di plastica. Porse il tutto alla giovine londinese completo di accendino.
- A te l'onore. - le disse con allegria
- Sono convinta che sarai in grado di trasformare la tigre in una gattina mansueta. -
L’entusiasmo di Phyl la insospettì leggermente:
- Certo, porta male essere di pessimo umore il giorno del proprio compleanno!- si incamminò un po’ barcollante, ricordando improvvisamente d’essere stata al Rose’s la sera precedente, e d’aver riposato circa quattro ore.
Armeggiò con l’accendino e per parecchie volte rischiò di dare fuoco alternativamente alle tende oppure alle maniche della sua camicia, infine la piccola fiamma oscillò sulla crostata.
Sian liberò la mano sinistra per aprire la stanza di Hilary O’Connor. Fece un lungo respiro, perché regnava il buio totale.
- Sveglia, sai che giorno è?- esclamò ad alta voce, una volta che si fu avvicinata al letto.
Un mugugno le arrivò in risposta dal letto. Sian non aveva ancora avuto modo di adeguare la propria vista alla fiochissima luce che filtrava dalle tende scure che coprivano le finestre.
Per Hilary, invece, strappata al proprio sonno, la fiamma della candelina sembrava il faro abbagliante di una vettura su una strada di montagna agli occhi di una sprovveduta lepre sull'asfalto.
- Ommioddio, Sian. - la O'Connor figlia si portò a sedere nel letto, gli occhi strizzati sotto le palpebre ed una mano a massaggiarsi la fronte
- Che ora è? -
Evitò domande esistenziali del tipo: chi sono, chi sei, qual'è il senso della nostra vita in questo mondo.
L’altra si strinse nelle spalle:
- Non so, circa le sei e qualcosa- rispose con noncuranza, poi si accomodò sul copriletto stropicciato con la torta fra le mani, mentre la candelina iniziava diventare più bassa e snella:
- Oggi, sei nata, lo sai?
Volevo organizzare una festa, ma pare non ti piacciano, così ho optato per una cosa discreta. Come ti senti, adesso?- la vitalità di Sian era inversamente proporzionale alla sonnolenza di Hilary, più la cugina sembrava stordita, più lei si sforzava di tenere alto l’umore della ciurma intera : s’era persino stupita di non aver trovato qualche addobbo in giro per casa.

Quella ilarità strappò un sorriso ad Hilary. La cugina era seduta di fianco a lei con una crostata che profumava di pesca e cera consumata. E sorrideva sveglia come non riusciva ad esserlo lei.
Fu istintivo per la maggiore cingerle le spalle con un braccio ed avvicinare a sé ragazza e torta.
- Sei eccezionale. - le disse in schietta sincerità. Guardò il moccoletto che spargeva cera sulle strisce di pastafrolla:
- Adesso dovrei esprimere un desiderio, giusto? -
Sian annuì soddisfatta e posò la borsetta accanto a sé:
- Coraggio, poi ti aspettano i regali- aggiunse.
- Una buona ragione per sbrigarmi. - commentò Hilary. Un momento dopo spegneva la fiamma che ardeva sulla crostata di fattura familiare. Il regalo più bello lo aveva già fatto Sian con quella sorpresa. Ma le donne son donne e non si smentiscono mai. Nel suo pigiama a fiori, seduta sul bordo del letto osservava la cugina incuriosita.
- Okay. - posò le mani sulle ginocchia. Il suo dovere lo aveva compiuto. Adesso aspettava trepidante.
La Houston le passò la borsa, con un gesto precipitoso:
- Guin… Mia madre- si corresse in fretta: -
Ha detto che sono adatte alla stagione e ci sta di tutto, infatti guarda dentro: è un libro, ma solo storie con un lieto fine. Ho fatto di corsa, anche perché l’e-mail di mamma è arrivata sul tardi; invece per la torta conta anche lo zio- chiosò e posò le mani in grembo, con l’espressione di un gatto che mangiato il canarino:
- Auguri, Hilary!-

Wicklow District Hospital, lunedì 14 aprile 2008 - Sera (variabile, 9 °C).
Dopo la domenica passata in stato semi comatoso, stesa sul letto a dormire e pensare, Hazel si ritrovò che era già lunedì sera. Prese il foglietto con i turni e appurò che anche per quel giorno le sarebbe toccato il turno di notte.
Scorse il dito sulla riga e vide che Alexander sarebbe stato il medico di pronto soccorso di quella giornata.
Bene, pensò, l'occasione per chiarire un po' di cose. Si preparò con calma, chiese al padre di darle la sua macchina e si avviò verso il posto di lavoro. Nella stanza degli infermieri si cambiò come di consueto, la foto in compagnia della sorella sempre al solito posto.
Non riuscì a guardarla con tranquillità, quella sera, e questo la turbò ulteriormente.
Alexander era già arrivato sul posto di lavoro da circa un'ora. Indossava la divisa azzurra, i capelli scompigliati sul viso.
Pensieroso ma concentrato nel controllo delle cartelle di alcuni pazienti da controllare nell'arco della serata.
Segnò il cambio di alcune terapie somministrate in giornata con la penna, che ripose nella tasca, avviandosi successivamente fuori dalle stanze di degenza. Un'occhiata alla sala infermieri socchiusa, dietro front.
-
Buonasera. - notando la Flanagan di spalle, ma riconoscendo i suoi inconfondibili capelli ramati.
Lei si voltò di scatto, sorpresa da quel saluto perentorio -
Buonasera, dottore. - Rimase quindi in silenzio ad osservarlo.
Cheevers si guardò in giro, inarcando un sopracciglio.
-
Veramente c'è via libera. Puoi anche chiamarmi Alexander, eh? - notando la completa assenza di altro personale paramedico in stanza.
La Flanagan abbassò lo sguardo, apparentemente per sistemare lo zaino, prima di riporlo nel suo armadietto -
Va bene, Alexander... - Nervosa, a fior di pelle. Mille pensieri contrastanti, i ricordi della serata precedente e di quello strano ritorno in macchina. Strano come le sensazioni che l'assalivano.
Il ragazzo notò il suo atteggiamento, e si rese conto di non riuscire ad ignorarlo.
Un passo appena. La spalla poggiata contro lo stipite della porta.
-
Se ti chiedessi 'come và', scommetto che mi risponderesti 'bene'. La mia domanda preventiva è: devo crederci? -
Hazel chiuse con lo sportelletto metallico con lentezza, tenendo il palmo della mano ben teso sulla superficie. Il volto si girò lentamente verso Cheevers -
Non sto bene. Non mi sento affatto bene, Alex. E non so perché. - Poggiò la fronte sullo stipetto gelido -
O forse lo so. - Espirò profondamente.
Alexander si scostò dal bordo della porta, oltrepassando la soglia che richiuse con un leggero colpo del palmo, avanzando poi verso di lei.
-
Non stai bene. - ripetè lui, senza distogliere lo sguardo dal suo.
-
E io ti dico che non chiedo mai, generalmente, e per te sto facendo una grossa eccezione a questa regola. - spiegò, portandosi di fronte alla giovane. -
Cosa sai? -
-
So che ho una grossa confusione. - Ammise lei -
Confusione e un sacco di dubbi, su me stessa, sul mio futuro. Su... noi. - Ce l'aveva fatta a sputare il rospo. Quella situazione la stava destabilizzando. Oltre alle remore di carattere professionale, la Flanagan aveva parecchi scheletri nel suo armadietto che ora rischiavano di uscire.
E non era del tutto convinta che le sarebbe piaciuto.
-
Cosa c'è in... noi... che non dovrebbe andare? - anche Cheevers fece fatica nel pronunciare quella particella così piccola, eppure così impegnativa a tal punto da scombussolare il suo intero sistema nervoso.
Se gli avessero detto che un giorno si sarebbe sentito così, che avrebbe perso il controllo delle sue emozioni, avrebbe riso. Isterico, ovviamente.
-
Hai ragione. - Rispose la ragazza -
In realtà sono solo io il problema, che forse dovevo pensarci bene ad accettare quell'invito, che forse non dovevo bere... che forse dovevo starmene seduta e basta nella tua macchina. - Non riusciva a guardare negli occhi il suo interlocutore e la voce tradiva in pieno l'emozione e la tensione. Parole pronunciate, false per quello che i suoi sentimenti le suggerivano, vere per convenienza.
-
E che cosa ci sarebbe di sbagliato in quello che hai fatto Hazel, eh? - Il tono di Alexander tradiva una tensione elettrica pari ad una scarica mortale per chiunque.
I muscoli delle braccia erano guizzanti, come se Cheevers fosse prossimo ad un crollo nervoso non indifferente. O comunque, molto probabile.
La realtà era che anche lui si sentiva... spiazzato, frustrato da quella vicenda che non aveva immaginato e contemplato. E l'idea di uscire dagli schemi di una mente ordinata, logica, per certi versi 'matematica' che aveva tenuto per tutta la sua esistenza, era snervante.
-
Sai cosa? - riprese, con più enfasi. La mano stretta in un pugno. -
Non c'è assolutamente niente di sbagliato in quello che hai fatto in quella macchina. - confermò, guardandola.
Sollevò il suo viso con le dita, per fare in modo che lei potesse ricambiare lo sguardo.

-
Avresti potuto fare di più. - e in quel momento non pensò, Alexander. Non realizzò.
Le labbra su quelle della Flanagan, in un contatto ben diverso da quello appena sfiorato avuto nella sua vettura, poco tempo prima.
Quel contatto squassò il corpo di Hazel, in ogni fibra, in ogni terminazione nervosa. In un primo momento la sorpresa, la paura, le fecero avere l'istinto di allontanarlo da sé. Ma il sapore del sue labbra e il tepore di quel bacio distrussero ogni resistenza. Portò le mani tra i capelli di Alexander e lo tenne stretto a sé mentre assaporava quel momento così atteso, in cuor suo, così temuto razionalmente.
Le mani di Cheevers, notando l'abbandono della tensione di Hazel vicina a sè, si poggiarono sui fianchi, sulla schiena della ragazza.
Le labbra dischiuse ad assaporare quelle di lei in un bacio profondo e languido del quale, quasi non si rendeva conto.
Bocche a cercarsi rispettivamente in un turbine di emozioni che stordì il medico.
"
Giorno di riposo per la razionalità, oggi." pensò Alexander, stringendo ancora di più la Flanagan.

Abbey Community College, lunedì 14 aprile 2008 - Mattina (variabile, 9 °C).
L’ennesimo spintone della mattinata ed era Lunedì; la O’Brien fu tentata di lanciare qualche volume in direzione della graziosa fanciulla che si stava dirigendo a salutare Chad, ma vi rinunciò: doveva aiutare la finta insegnante a scovare quelle insopportabili ragazzette violente, non mandarle alla polizia più malconce di quanto lo fosse stata lei.
- Accio libro- borbottò mentre si chinava a raccogliere le sue cose.
- Scusa? -
Rowena Delgany si volse istintivamente verso la compagna le cui parole le erano arrivate indistinte e confuse. La figura di Lafferty era ormai un'aura indistinta in mezzo alla folla che si affrettava verso le rispettive aule. Ma la scuola e le lezioni erano una priorità secondaria per la ragazza dai capelli ramati e dal viso tempestato di lentiggini.
- Niente, è un modo di dire- Dylis rispose distrattamente e si soffermò a guardare la ragazza, era il suo opposto a livello fisico, se l’avessero spinta sarebbe andata in frantumi:
- Vanno ad omaggiarlo neanche fosse un santo.- indicò con la testa Chad:
- Per tacere di cosa combinano negli spogliatoi, se fossi furba potrei filmarli e metterli sul web: diventerei ricca e mi comprerei “La Storia della Terra di Mezzo”, invece mi limito a sperare di non finire a darla contro un muro- scrollò le spalle:
- Dylis O’ Brien, incantata- si

presentò.
- Non lo avevo mai sentito, - confessò la rossa un po' spaesata. Fuori dal mondo fantasy la frase non aveva alcun senso per lei.
- Rowena Delgany. Credo di averti intravista in qualche lezione. Ti piace Tolkien? -
- Ci mancherebbe!- l’altra tese la mano e sorrise:
- Se Tolkien avesse fatto solo il professore, adesso la Rowling sarebbe ancora un’alcolizzata. Ti ho vista pure io qualche volta, hai un bel nome, Rowena- strinse a sé i libri, era strano che le rivolgessero la parola in maniera amichevole con una tale frequenza:
- Tu hai mai letto qualcosa di Tolkien?-
- No, - ridacchiò la Delgany, stranamente a suo agio nonostante secondo i suoi canoni, la ragazza in questione avesse i fianchi troppo larghi.
- Ho visto la trilogia dei film e non ho nemmeno la più pallida idea se possano essere come il libro. Ma era figo. -
Dylis si schiarì la voce, cercò di mettere a tacere la sua stizza da purista ed annuì:
- I film sono un buon punto di partenza, poi se ti interessa l’argomento oppure l’idea, parti dalla “Compagnia dell’Anello”, la vendono singolarmente così se non ti piace, non spendi troppo- osservò la ragazza che pareva quasi bidimensionale e sorrise:
- Poi va a gusti, come la musica o i ragazzi- si ritrovò a fissare le proprie scarpe:
- Erano esempi, non è che… -
“Cosa cazzo dici?” si domandò, mentre gli studenti le ignoravano totalmente.
- Ti sembrerò un'eretica, ma... - tacque un momento l'altra stringendo le ossute spalle
- Ero più interessata a facce come Aragorn, Legolas o Frodo. Certo con quei capelli riccioluti e lunghi sembra un'idiota. Ma è lui che salverà il mondo. -
"Quanto pesi?" avrebbe voluto chiederle, in aggiunta ad informazioni sulla sua altezza. A guardarla così avrebbe potuto calcolarle il BMI ad occhio, infilandola in un normopeso più verso l'essere grassa che magra. E non si rendeva conto che la sua visione fosse decisamente distorta e che Dylis era una ragazza normalissima con tutte le curve al posto giusto.
- A caro prezzo- disse Dylis e fissò quel bel fiso troppo ossuto ed affilato:
- Per salvare il mondo, deve abbandonarlo. Salvare qualcosa che ama e che non avrà mai.
Aragorn è un vero uomo, Legolas l’hanno fatto troppo… Non so, sarà il costume attillato che lo fa sembrare la sorella timida della Spears. Se vuoi vedere gli hobbit guarda “Lost” c’è quello che si fumava anche le ceneri del padre- scoppiò a ridere allegra, era da tempo che non parlava con leggerezza di qualcosa:
- Se vuoi, posso… Beh… Posso prestarti i libri- azzardò e si guardò alle spalle ancora una volta.
- E se me li leggessi tu? - chiese Rowena. Dylis le piaceva. Davvero. La campanella che annunciava l'inizio delle lezioni era suonata da pochi minuti, eppure loro stavano lì, nel corridoio vuoto a parlare come se nulla del mondo esterno avesse importanza.
- Se ti invitassi a casa mia e ti chiedessi di leggermi le tue storie? - Forse più di Christopher Taylor, la O'Bryen intrigava per passione la Delgany. Probabilmente la spontaneità con cui parlava del suo amore per la letteratura fantastica. Qualcosa, che oltre l'ossessione del peso e la bilancia, stava attraendo l'anoressica. Forse proprio la necessità di una distrazione.
Dylis la squadrò e soppesò la possibilità che si trattasse di uno scherzo, poi la scartò.
- Sei un tipo coraggioso- commentò e sebbene Rowena le sembrasse una sorta di appendiabiti con gli occhi tristi, non avvertì nessun disagio e sentì di potersi fidare: diverse e simili, pensò fra sé.
- Se vuoi, io non poi tanti impegni…- mormorò ed era la verità: terminati i compiti e risposto alle domande di lavoro, restava a leggere da sola, attorniata dalle sue fate di cristallo, Rowena vi somigliava: la stessa aura di delicatezza e fragilità:
- Per me va bene, ti do il mio numero, così possiamo organizzarci- aggiunse.
- Mi farebbe molto piacere. - ripose la Delgany, appuntando sul proprio mobile il numero dell'altra. Quando gli occhi azzurri tornarono ad incrociare quelli della compagna sorrideva serena -
Anche Dylis è un bel nome. Davvero particolare. -
- Grazie, a presto Rowena- usò quel nome, come se già la conoscesse e s'avviò verso l'aula.

Market Street, domenica 13 aprile 2008 - Mattina (poco nuvoloso, 8 °C).
Domenica. Mattina. Risultato, noia totale. Nicholas lasciato a riposare, voglia di non disturbarlo.
Fu naturale, dunque per Scarlett, vestirsi. Indossare il cappotto e scendere a fare quattro passi, magari con l'intento di prendersi un caffè, tranquillamente da qualche parte.
Brutta bestia la domenica. L'unico giorno della settimana in cui, davvero, vi è poco da fare, salvo qualche imprevisto ben accetto. Dopo diversi minuti di salutare passeggiata, Market Street dinanzi alla Pierson, pochi negozi aperti, e l'aria così silenziosa,quasi come se non ci fosse nessuno, o quasi, in giro.
Malinconia cronica, o resa tale da tutti gli eventi che stavano turbando l'esistenza di Dahlia. Malediva il

giorno in cui aveva seguito la sorella, ma qualche secondo dopo si trovava a dover cambiare idea, a riflettere che forse rimanere a Dublino avrebbe significato non capire che la propria vita stava procedendo su un alveo di valori sbagliati. Uscì, quella mattina, per stare sola, per non sentire le lamentele della madre che non le stava perdonando l'assentarsi alla messa. 'Questo posto vi rovina!' aveva tuonato dalle scale mamma Doris, ma Dahlia non le aveva minimamente dato attenzione. Se c'era da cambiare qualcosa, di sicuro l'inizio avrebbe visto il ridimensionamento della madre, non la sopportava più ed era stanca di far finta di darle obbedienza. Con tutte quelle nuvole nella mente, arrivata in Market Street accese una sigaretta e si diresse verso il monumento di Billie Byrne, si sedette per assaporare il gusto del tabacco e perdersi nella riflessione. La Pierson, complice la poca gente che popolava le vuote strade quel giorno, notò una figura a lei familiare, nella quale riconobbe Dahlia Flaherty. Il primo istinto, fu quello di voltarsi e andarsene, visto che la ragazza non sembrava essersi accorta di lei. Il secondo... tuttavia... fu quello di avvicinarsi alla giovane. Senza un motivo preciso. Decisa più che mai a seguire la sua non-razionalità, Scarlett attraversò la strada, arrivando praticamente alle spalle rispetto la posizione della 'rivale'.
- Noia da domenica mattina? - esordì, tranquilla.
Dahlia si voltò di scatto, la sigaretta fumante tra le mani. Osservò la Pierson e, prima di risponderle, prese una boccata di fumo
- Sì. E tu, mi controlli? - Si rese conto di essere stata troppo dura in quella frase, così, gettato via il mozzicone
- Scherzavo. Wicklow non è Dublino, la domenica sembra un mortorio. -
- Wicklow è perfino più piccola di quanto la immaginassi. - confessò Scarlett, guardandosi in giro.
- Caffè? - chiese, spontaneamente.
- Generalmente dopo una sigaretta ci vuole. -
- No. - Ribatté secca la Flaherty
- Scarlett, credimi, io non capisco più cosa sta accadendo. Ti ho detto, con tutto lo sforzo del caso, che il tuo Nick mi piace, che probabilmente è il primo uomo, o forse il secondo, per il quale provi più di una normale attrazione fisica. - Scosse la testa mentre sorrideva con un'espressione incredula
- E tu sei qui, che fai conversazione con me e mi inviti a bere un caffè... - Rimase ad osservarla con aria interrogativa. La Pierson inarcò un sopracciglio a quella veemenza che dimostrò la Flaherty nella sua risposta.
- Se adesso offrire un caffè è indice di qualcosa di losco, me ne guarderò bene dal chiedertelo ancora, semmai ce ne fosse l'occasione. - rispose l'inglese, mantenendo calma.
- E poi, non sono così idiota da non capire che certi sentimenti non si comandano. Ti piace Nick, bene. Ti capisco, eccome. L'importante per me è che tu non faccia assolutamente nulla per urtare la nostra relazione. Stop. -
Facile a dirsi, difficile a realizzarsi quando una spinta innaturale, o soprannaturale, ti indirizza proprio verso una certa direzione. Dahlia non poté fare a meno di provare ammirazione per quella 'piccoletta' inglese che solo pochi giorni prima aveva odiata
- Devo ammettere che... - Faceva ancora sforzo a cedere a considerazioni di un certo genere
- ... che mi stai dando una bella lezione, Scarlett Pierson. - Non ebbe la prontezza di spirito di fissarla negli occhi.
- Anche tu mi hai stupito, Dahlia. E non sei così male come vuoi far credere. - ammise Scarlett, rivolgendole un'occhiata tranquilla.
- E adesso, anziché far la muffa sotto questa statua, mi faresti compagnia per fare colazione? - domandò, riformulando la precedente domanda in modo diverso. Poi tornò ancora su di lei, cercando di stemperare l'atmosfera
- Visto? Non ti ho proposto un 'caffè', sto imparando. -
La Flaherty sorrise
- Va bene, se prometti che non ti fiderai mai troppo di me. - Una frase, apparentemente ironica, ma che voleva concedere a Scarlett l'onore delle armi, metterla in guardia sul fatto che ella stessa, in quel turbine di sentimenti ed emozioni, non si riconosceva più, risultando così assolutamente imprevedibili le sue reazioni.
- E chi ti dice che non abbia lo spray al peperoncino in borsa sempre pronto quando parlo con te. - fu la risposta ironica della Pierson
- Certo. Meglio quello che non i pugni, e credo che tu sia pienamente d'accordo. -

Tra Dublino e Wicklow, domenica 13 aprile 2008 - L'alba (poco nuvoloso, 8 °C).
Musica che lenta invase la mente. Gocce di piacere alcolico che inebriarono i sensi scivolando nelle vene come fuoco liquido. Balli lascivi e note decisamente, a tratti, sensuali che accomunarono corpi e stati di semi-coscienza regalando momenti di estasi purissima. Sinteticamente, era successo questo durante l'appuntamento tra Alexander e Hazel. Proposte fatte di gesti e sorrisi non implicitamente chiari, ma palesemente convinti di ciò che stava accadendo. E dopo una corsa a Dublino, la visita in un locale

discoteca conosciuto dall'infermiera ed assolutamente consigliato, la serata si era protesa fino all'arrivo dell'alba che schiarì il cielo.
Cheevers al volante non poteva fare a meno di riflettere su come gli eventi avessero urtato, compiaciuto e per certi versi travolto letteralmente la sua persona. Sapeva bene che mai si sarebbe lasciato scivolare in atteggiamenti simili, e non potè fare a meno di chiedersi, ingranando una marcia, poi l'altra, durante il percorso di ritorno nella piccola Wicklow, cosa mai, realmente fosse successo. A lui. Ai suoi pensieri.
Seduta sul sedile del passeggero, Hazel si trovava in uno stato di grazia, mentre i fumi dell'alcol, comunque mai abusato, svanivano come la notte che lasciava spazio ad una giornata nuova. Si era divertita, si era trovata bene e forse si era lasciata andare. Un piccolo campanello che, come una sveglia posta in lontananza, iniziò ad attirare la sua attenzione vigile. Lui stava seduto accanto a lei, il volante saldamente tra le mani, andatura pacata di chi sa che il sonno può essere in agguato. Un alone di tranquillità, calore, familiarità. Iniziò a chiedersi cosa stesse facendo in quell'auto, come ci fosse finita. Pericolo di svegliarsi da un sogno che, una volta tanto, scacciava via incubi giornalieri che la svegliavano presto o la inducevano a fare i turni di notte per non dare loro il vantaggio del campo di battaglia preferito. Alexander sentiva dentro qualcosa. Una sensazione di strano torpore, non dovuta al sonno e lo sapeva bene. Ma era più un senso di naturalezza che scaturiva anche nei piccoli gesti che nella notte si erano susseguiti. Il tenere Hazel per mano fra la folla, lo stringerla fra una risata e l'altra durante i balli per evitare che qualcuno facesse occhi dolci o moine d'alcun genere. Ma, pensò lui, era proprio questo il punto.
Perchè.
La ragazza si sistemò meglio sul sedile, sbadigliò leggermente e, per un istante, volse lo sguardo verso Cheevers. Non era mai stato fuori le righe, per quelle ore, non molte a dire il vero, in cui erano stati vicinissimi, sempre attento a tutto, premuroso ma senza lasciar capire che lo fosse.
ei aveva sentito il guscio protettivo che lui, con naturalezza e discrezione, le aveva creato intorno in discoteca. Ed era anche maledettamente bello. Pensò che quegli aspetti potessero essere aggiunti alla lista delle preoccupazioni per una faccenda che si stava rivelando inattesa. Alexander sospirò, tendendo un momento le labbra nella posa tipica di chi era impegnato nei pensieri.
La cicatrice sulla guancia sinistra che caratterizzava il suo sorriso regalando qualcosa di accattivante, si evidenziò di più sulla pelle. Era una situazione che non aveva previsto. Il suo cervello schematico e logico non era preparato, forse. E le domande su come mai lui, che di carattere era sempre stato introverso e schivo, avesse potuto fare... tutto quello che era capitato. Aveva cercato di ottenere quell'appuntamento con tutte le sue forze, e sebbene non avrebbe mai ammesso una cosa simile, sapeva che era così. Avevano cenato. Si erano...confidati, se così si poteva catalogare la storia della vita universitaria. E poi? Poi si era trovato sbalzato su una realtà vorticosa e musicale, con lei. Quesiti pesanti, più o meno, che non avrebbero comunque mai dato la possibilità al sonno, di prendere il sopravvento sul guidatore.
Troppo caos. Hazel si abbeverò del sospiro di lui e lo fece proprio, più per la consapevolezza che il silenzio che li stava accompagnando aveva più significato di mille parole. Il cielo, quello con la c maiuscola, quella zona immaginaria che la giovane aveva tante volte maledetto nel recente passato, ora l'aveva perdonata mandandole un angelo che la riportasse a vivere? Oppure era una punizione il metterla di fronte a qualcosa per cui aveva tante volte negato coinvolgimenti? Colleghi, medici, lavoro. Nessuna implicazione sentimentale in quei campi, nessuna licenza al cuore. Aveva resistito per molto, aiutata il più delle volte dall'inadeguatezza del soggetto interessato. Troppo invadente, troppo poco attento, troppo stronzo. Alex, come si sorprese a chiamarlo nei suoi pensieri, non era nulla di tutto questo, si era posizionato senza problemi in tutte le sue convinzioni, come l'ultima e tanto attesa tessera finale di un puzzle.
Era nei guai, lo sapeva e lo sentiva, convinta che fosse già troppo avanti perché non ne risultasse turbata. Troppo tardi, e il male, o il bene, era troppo esteso al punto che tanto valeva abbandonarsi. Mentre iniziavano ad intravedersi i profili delle case di Wicklow, Hazel spostò il corpo verso Alexander, la mano destra andò a posarsi delicatamente su quella del giovane che teneva sul pomello della leva del cambio.
La testa, con i bei capelli fulvi, si poggiò sulla spalla di Cheevers, in un contatto pieno di calore. Alexander ebbe un attimo di titubanza, più per l'idea che non potesse essere possibile il gesto appena partorito dalla Flanagan, che ora però, stava cautamente poggiata sulla sua spalla, le dita a sfiorare le proprie.
Pensò, per un attimo, di essersi addormentato. Almeno era la soluzione più logica e meno complice di altre sensazioni. Ma il calore che dalla pelle di Hazel poggiata sul dorso della propria mano si sprigionava gli fece intendere che tutto poteva essere. Delirio, spontaneità...ma non una semplice illusione onirica. Non vi era molto tempo per pensare a dire il vero. Solo un gesto. Il pollice a carezzare il palmo della giovane, e un bacio leggero fra i suoi capelli ramati.
Solo questo. E niente più. Al momento, era sufficiente.

Fitzgerald (Avoca), sabato 12 aprile 2008 - Prima serata (variabile, 9 °C).
Convincere la Flanagan era stata una fatica non indifferente. Considerando il carattere schivo, spesso introverso di Alexander, cercare di far capire all'infermiera che non si sarebbe trattato di una corsa al patibolo, si era rivelato quasi... sfiancante.
Premettendo il fatto che Cheevers non era per nulla il classico ragazzo da occhiolini e fischi al passaggio delle donne, fortunatamente, l'esito non era risultato così grave, e Hazel, alla fine, forse invogliata dal suo charme e dai suoi toni pacati e mai fuori posto, si era convinta.
'Nemmeno le avessi proposto una dose di morfina', fu uno dei tanti pensieri di Alexander, alle titubanze della ragazza, che si erano dissipate al suo sì.
Adesso, dopo un discreto tragitto in macchina, diretti al Fitzgerald's, una volta trovato parcheggio, fu naturale per Cheevers aprirle la portiera, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e senza secondi

fini. Benché non avesse poteri mentali e fosse ben lungi dal carpire i pensieri degli altri, sicuramente una dose massiccia di calmanti avrebbe impedito ad Hazel di continuare a tormentare il passante dei jeans. Non avevano parlato molto durante il tragitto, solo qualche notizia chiesta sul posto che stavano per raggiungere. La Flanagan sorrise tra il divertito e l'imbarazzato quando vide il giovane medico aprirle lo sportello per invitarla a scendere. Le fu naturale tentare una provocazione
- Poi dovrò capire cosa ho fatto per meritarmi tutto questo. - Seguendolo verso il locale, dove non era mai stata.
Velocemente, la chiusura della macchina scattò, alla pressione del dito di Alexander sul telecomando. Per poi rimetterlo in tasca.
- Per meritare... cosa? - chiese, inarcando un sopracciglio, volgendo uno sguardo alla ragazza che avanzava al suo fianco sinistro.
Lei scosse la testa, continuando a tenere un ghigno divertito. Dopo qualche secondo si ritrovarono in un ambiente accogliente, un piccolo atrio che dava su due sale differenti. Delle scale, a destra, permettevano di scendere verso l'ala pub, mentre salendo, in avanti, ci si ritrovava in un bel salone con i tavoli e un bancone dove fumava un paiolo di zuppa calda. Al tavolo ordinarono e la cameriera servì con rapidità le birre.
- Vieni spesso qui? Avevo sentito parlare di questo locale, ma conosco più i pub di Dublino che quelli di Wicklow e dintorni. - Hazel gettò lo sguardo intorno, dove altra gente era intenta a mangiare e bere.
- Saltuariamente. Ero un frequentatore abituale prima di trasferirmi per il corso di laurea. - annuì Alexander, sorseggiando la sua Guinness.
- Sei di Dublino? -
Lei posò la forchetta nel piatto che nel frattempo le avevano portato
- No, sono di Wicklow, anche io mi ero trasferita... per il corso di laurea, ma poi... - Riprese la posata dopo aver ghermito una patatina fritta, con l'aria del suo volto leggermente venata di tristezza.
- Non sono il tipo che si dilunga in milioni di domande, Hazel... quindi non chiederò nulla a meno che non sia tu stessa a volerne parlare. - fu la risposta di Cheevers, tra un boccone e l'altro.
- Questa è una cosa che... - Esordì Hazel mentre il sereno le tornava sul viso
-... apprezzo di te. - Poi abbassò leggermente gli occhi
- Ero una studentessa di medicina, sono arrivata al terzo anno perfettamente in corso. Poi ho dovuto lasciare. - Un verbo, dovere, che non era l'esatta espressione di quello che era accaduto, ma che lasciava sul vago ogni considerazione.
Alexander la osservò un momento, poggiando la forchetta.
- Non faccio domande, ma in compenso sono uno che considera le cose... e mi sembra di capire che tu non sia pienamente rassegnata a questo abbandono che hai dovuto fare. -
Un profondo respiro da parte della giovane infermiera
- Non credo abbia molta importanza ormai, è passato parecchio da quando ho chiuso l'ultimo libro. - Ormai nei piatti non rimaneva più molto, per stemperare la tensione che stava accumulando, Hazel appallottolò il tovagliolo, poggiò i gomiti sul tavolo e il volto sorridente sulle mani.
- Ho voglia di ballare. - Sparò a zero verso Cheevers, ricordando tempi ormai lontani in cui amava sfogarsi in discoteca.
Alexander poggiò il tovagliolo, per poi portare le mani sulla superficie lignea del tavolo. Alzandosi.
Mano che porse successivamente ad Hazel.
- Ti prendo in parola. Adesso. -