Wicklow Town, Contea di Wicklow (Irlanda), tempi correnti.
Una cittadina di novemila abitanti, venti chilometri a sud di Dublino.
Loro non sono eroi, ma in ognuno di essi risiede una capacità fuori dal comune.
Vengono additati come mostri, costretti a tenere nascoste le loro facoltà per poter condurre una vita normale in mezzo ai "normali".
Qualcuno non si dà per vinto, però, e continua a dar loro la caccia.
St.Laurence's Rd (Wicklow), sabato 11 aprile 2009 - Tardo pomeriggio (piove, 9 °C).
Jago Baker gettò a terra quel che restava della sigaretta che aveva tenuto fra le dita, l'acqua spense la brace rossastra prima che potesse camminarci sopra; osservò la facciata dell' edificio e si chiese perché stesse esitando, perché imprimesse nella memoria quella porta oramai nota e cercasse di mostrarsi posato, quando ogni respiro era simile ad un sospiro affranto, da eroe sconfitto. Sorrise tristemente, in qualche maniera quella definizione gli era stata stretta ma dopo la sortita a Belfast aveva ripreso a bramare l'adrenalina.
Temeva lo sguardo di June, eppure non vi si sottrasse, eppure l'aveva desiderato e così non voleva far altro che accarezzare il suo viso, sentire la sua voce spezzare ogni sua reticenza.
Chiuse l'ombrello: - Ho portato il sole. - esordì con voce più sicura e vivace di quanto in realtà fosse, indossava una camicia e dei pantaloni di stoffa, oltre all'ombrello aveva con sé una borsa di carta: - Posso? - domandò . - Entra, prima di venir trasformato in un bastoncino di pesce del Capitan Findus. C'è un vento infernale qui fuori. - la O'Shannon gli fece largo nella casa. Rivederlo le diede un tuffo al cuore e, come aveva già immaginato, scombussolò ogni tentativo di intavolare una conversazione che aveva già provato e riprovato nella propria mente.
Che razza di persona doveva essere per dire a quell'uomo che non aveva più intenzione di frequentarlo?
Pessima, terribile.
Le sovvenne il pensiero di essere vagamente razzista, la cosa le strappò un vago sorriso mentre faceva accomodare l'ospite in salotto. Si immaginò nell'atto di respingere un Jago Baker dalla pelle scura, sarebbe solo cambiata la motivazione.
Certamente dire a qualcuno che non lo si poteva più incontrare per via del suo speciale talento nel far esplodere gli oggetti era tutto un altro paio di maniche che discriminare qualcuno per il colore della pelle.
Ma lo era davvero? Jago non le aveva mai fatto del male e si comportava con JD in modo talmente impeccabile che persino Zack non aveva sollevato obiezioni davanti all'evidenza.
Cristo, ne aveva discusso fra sé e sé per tutta la settimana, era bastato davvero vederlo lì sulla soglia di casa per farla tentennare?
Immaginava di sì. - Ho sentito che la tua amica ha fatto rientro a casa.. - buttò lì con tono casuale mentre prendeva posto sulla poltrona. Non disse che sapeva anche, per averlo sentito da Rod, che Baker avesse preso parte ad una specie di missione di recupero a Belfast.
Jago sorrise alla frase di June; si sarebbe volentieri sporto ad abbracciarla, a baciarla, spiegarle quanto avesse pensato a lei e come s fosse sentito colpevole per ciò che aveva fatto, per non essere la persona che lei credeva.
Posò a sul pavimento il sacchetto, ispirò profondamente, non ebbe il coraggio di far alcun discorso: - Sian sta abbastanza bene, forse col tempo scorderà questa brutta avventura. - rispose Baker e dal tono non parve molto convinto: - Ho fatto una gita a Belfast, mi pace scattare qualche fotografia.- estrasse due oggetti: il primo era rettangolare e dalla plastica trasparente si potevano notare due tazze di porcellana con relativi piattini, il secondo era in una sacca di tela azzurra. - Per voi. - disse semplicemente, li porse a June senza aggiungere altro.
Trovarsi davanti quei pensieri inaspettati, comprati in un momento tanto delicato, diede spazio ad ulteriori dubbi nella mente della donna che si sforzò di comporre un sorriso veritiero. - Sono bellissimi. - lodò, sollevando l'orsacchiotto di peluche che aveva estratto dalla sacca - JD ne sarà entusiasta e tu.. non dovevi disturbarti. -
Baker scrollò le spalle e minimizzò: - Non è mai un disturbo, insomma... Mi piace pensare agli altri. - sospirò e si passò la mano sinistra fra i capelli biondi, come se potesse riordinare le idee: - June, so che non serve fare una lezione di bon ton, io darti delle spiegazioni e delle risposte, assicurarti che non c'è stato nessun incidente nel tuo soggiorno, che non sono... Quello che sono... So che non bastano le parole, le promesse, le intenzioni. Non ti chiedo opportunità, perché... Io forse non me ne darei... Perché non ho nessun diritto di piombare nella tua vita, di imporre qualcosa di così assurdo anche se l'assurdo sono io. Io... Io non ti farei mai del male, non ne farei mai a JD, vorrei che non avessi paura di me. - il fiume in piena di parole lo travolse, dovette sistemarsi sul divano a riprendere il controllo: - Il resto riguarda me, sono i miei sentimenti e non devono pesare sulla coscienza, sul serio. - concluse con voce seria, posata. - Non sei pericoloso, - si intromise June quando lui tacque - Non sei un mostro. Ci siamo frequentati abbastanza perché ti conosca per quello che realmente dimostri ed anche questo tuo lato fa parte di te. -
Sorrise, sprofondando ancora di più nei cuscini della poltrona, incerta su come esprimere il seguito. - Eppure da un lato mi sembra di avere davanti una persona del tutto nuova. So che non potevi dire nulla, che non sarebbe stato né saggio né sensato, ma sapere non mi fa stare meglio. Tu fai parte di un mondo che mi circonda ma non mi comprende, come tutti gli altri che in un modo o nell'altro sono simili a te. Siete fatti per compiere grandi imprese e percorrere nuove strade. - dichiarò con un cenno della mano pronta a bloccare ogni tentativo di interferenza - Io sarei solo la spettatrice di qualcosa in cui non verrei mai coinvolta.. l'ho già vissuto con il padre di JD. Non sono una Mary Jane Watson che sorride dalla finestra in attesa del ritorno del proprio Spiderman. -
Le parole della donna erano più chiare di quanto potessero sembrare, l'uomo lisciò i pantaloni con le mani: - Non mi ritengo straordinario, né uscirò di qui per montare in sella al mio cavallo bianco, svanendo nel tramonto. - disse e la voce assunse una sfumatura ironica, quasi a voler sdrammatizzare la situazione: - Io non posso salvare il mondo, sono un tizio che fa cose strane ma ti comprendo perché... La mia famiglia, la mia ex ragazza. - non specificò il nome, ma non era la Houston, che s'era limitata a bofonchiare qualcosa su Gambit: - Sono come te e forse è giusto che sia così. - ispirò profondamente e cercò di guardare June: - Io resterò a Wicklow, almeno per qualche mese o per un anno, ho un lavoro noioso e mi trovo bene, qui. Se un giorni mi incrociassi per strada, se per il tuo compleanno o per quello di JD trovassi un biglietto nella cassetta della posta, beh... Non credere sia il tuo stalker di fiducia, ma qualcuno che ti ama... Che vuole bene a te, a tuo figlio e vi è grato perché siete stati gentili con me e tu lo sei adesso. Se vorrai, io sarò tuo amico, magari non proprio subito... Fra un po'. - Jago si alzò dal divano, un gesto veloce e quasi brusco: - June... Puoi chiedermi di vederti, ma non di scordarmi che esisti . - non aggiunse altro, forse mormorò un saluto o qualcosa di vagamente simile, non voleva restare lì quella sera.
Una fredda serata di aprile stava per volgere al termine.
Gli ultimi clienti del Rose's erano usciti qualche minuto prima, infilandosi i giubbotti e tirando su i cappucci per proteggersi dalla pioggia.
Per lei quel clima era sempre stato ideale e più del freddo atmosferico la disturbava il gelo che alcune questioni in sospeso ed irrisolte le lasciavano nell'animo.
Una di queste riguardava il rapporto con Brandy MacKenzie bruscamente irrigiditosi tre mesi prima con la faccenda dell'arresto di Louis Sharkey.
La Matar ricordava benissimo il perché si trovava a Wicklow e rammentava altrettanto bene l'aiuto e il sostegno che aveva ricevuto dalla rossa e dal suo fidanzato Rod Gallagher.
Aveva lasciato che il tempo scorresse senza pressarla per arrivare ad un chiarimento, sperando che il passare dei giorni mettesse una pezza sui loro dissidi.
Inutile dire che questo non era accaduto.
Nel frattempo erano accaduti molti altri fatti che avevano contribuito affinché quel solco, anziché chiudersi, si accentuasse e, nondimeno, Brandy attendeva l'arrivo di un figlio e non era certo cosa da lasciare libera la mente per pensare ad altro.
Dal canto suo Failam aveva il vago timore che il suo subconscio le nascondesse di essersene fatta una ragione e che in taluni casi forzare le situazioni non conducesse o, ancor peggio, non servisse a nulla.
L'unica paura era quella di aver gettato al vento un'amicizia in cui, almeno da parte sua, aveva creduto fermamente e il tutto per aver seguito il maledetto istinto ed essersi gettata nell'ennesima impresa per il solo fatto che potesse apparire stimolante.
Immersa in quelle considerazioni, con la pezza umida tra le mani per pulire i tavoli, vide Elspeth Somohan mentre, qualche metro distante, sistemava il proprio strumento musicale. Con la musicista, molti mesi prima, aveva parlato della sua amicizia con la MacKenzie ed i problemi che erano insorti. Nelle serate in cui la violoncellista si esibiva al Rose's si era fermata spesso a chiacchierare con lei, anche se, eccetto per quella volta, aveva evitato di affrontare quell'argomento, conoscendo quanto la Somohan e la MacKenzie fossero amiche.
Chiedere un consiglio, pensò, non avrebbe ucciso nessuno così, lasciato lo straccio, passò dal bancone a spillare una pinta di birra per offrirla alla cantante.
Porgendole il bicchiere la prese alla larga - Dovresti incidere dei dischi, faresti molto successo. -
- Sono una persona molto pratica, - le rispose con un sorriso, prendendo il boccale che le era stato porto. - Insegnare alla scuola di musica è più remunerativo che tentare un salto nel buio come rock star. -
- Sì... non ne so molto, ma sicuramente hai ragione tu... - rispose Failam, consapevole che avrebbe fatto meglio ad intraprendere il discorso in modo più diretto - Senti, posso chiederti un consiglio? - Senza attendere l'assenso, la Matar spiegò alla Somohan cosa le rodesse dentro. Spiegò quanto le dispiacesse di aver rovinato il rapporto con Brandy, che erano passati molto tempo da gennaio in cui avevano discusso, che forse il tempo stava ingiustamente appiattendo la situazione - Non mi ha più cercata, ma nemmeno io ho tentato di avvicinarla. All'inizio l'ho fatto per rispetto nei suoi confronti, ora non so... ho quasi timore di tornare a vederla... non so spiegarmi meglio. - Dopo aver parlato tutto d'un fiato tacque, rimanendo a fissare la sua interlocutrice.
- Dalla mia esperienza personale, posso dirti che più attendi peggio è, - Elspeth pronunciò il proprio parere ignara che la Matar fosse in grado di leggerle nei più intimi segreti. Che Brandy non la sopportasse era un particolare che aveva avuto modo di notare dalle smorfie che piegavano le labbra dell'amica ogni qual volta saltava fuori il nome di Failam. Non poteva ignorare che la MacKenzie fosse la sua migliore amica, ma l'ingenuità della Matar le faceva tenerezza. Forse non sarebbe stata lei a riunirle, ma non volle escludere nessuna possibilità. - Sono passati sette mesi dall'intoppo e ne stai parlando con me, ma credo che dovresti andare da lei a farlo. -
Ricordò lo screzio avuto con Brandy e Rod che cercò di tappezzarlo. Certo, in quel caso non era trascorso tutto questo tempo, ma Elspeth ricordava benissimo che avrebbe voluto che fosse stata Brandy a parlarle in prima persona e, solo che dopo che avvenne, la loro amicizia si fu consolidata di nuovo. Gli intermediari potevano essere accettati solo al tempo del liceo.
La Matar incassò ogni parola ed ogni pensiero di Elspeth, ma riconobbe di essere estremamente titubante e timorosa per quell'incontro. Il perché era ancora lontana da spiegarselo - Pensi che ora che aspetta un bambino sia giusto che io vada a disturbarla? - Era un'altra scusa che la sua coscienza stava creando. Sbuffò - Scusa... è che ho veramente paura di peggiorare le cose. È una cosa che mi riesce bene. - Un sorriso amaro le si dipinse sul volto.
- Penso che la gravidanza non c'entri nulla, - le rispose la Somohan aggrottando la fronte. Quella ragazza era davvero curiosa. - E penso anche che non hai proprio nulla da perdere. Nella peggiore delle ipotesi, continuerai come adesso: senza la sua amicizia. -
Brandy aveva mangiato da sola per un'intera settimana.
Era uscita prima ed era rientrata più tardi con la sola intenzione di evitare Rod.
Entrambi avevano fatto a turno ad attardare il momento di coricarsi, sgattaiolando sotto le lenzuola quando il compagno già dormiva ed uscendone prima che l'altro avesse aperto gli occhi.
Si era fermata tre volte a cena da Elspeth e, nonostante avesse tentato di mantenere un'aria allegra, non aveva mancato di notare come l'amica avesse iniziato ad osservarla.
Di certo si sentiva uno schifo.
Non si chiedevano nemmeno più dove andassero e avevano persino abbandonato la sempiterna abitudine di lasciarsi messaggi per comunicare l'orario del rientro.
Non avevano nulla da dirsi.
O forse avevano troppo di cui parlare ma nessuna voglia di affrontare l'argomento.
Di certo lei si sentiva così.
Arrabbiata e in colpa nello stesso momento, si ripeteva continuamente che non aveva cercato quel figlio tanto quanto non lo aveva voluto lui. Si rassicurava su forma e correttezza delle proprie intenzioni, ricordava a se stessa di avergli esposto tutte le possibilità a cui quella gravidanza sarebbe potuta andare incontro.
Era stato lui ad avere l'ultima parola, era la pura e semplice realtà dei fatti.
Eppure in un angolo di sé sapeva che quella parola era stato né più né meno di quello che lei avrebbe voluto sentire e questo mischiava la sua rabbia a una sorta di inadeguatezza, di colpevolezza frustrata.
Non l'aveva chiesto lei di avere un fidanzato così accondiscendente da ribaltare ogni principio per far proprio uno stile di vita che aveva sempre considerato come indesiderato.
Sapeva ora, però, che non avrebbe accettato di disfarsi di quel bambino a cuor leggero. Avrebbe forse accettato inizialmente, sarebbe stata certa di aver agito per il giusto, ma quel ricordo con l'andar del tempo avrebbe finito con il far marcire tutto il loro rapporto.
Eppure sembrava che, anche così, la relazione che li univa stesse crollando miseramente.
A volte le sembrava di pretendere troppo, altre che lui non si sforzasse di fare nulla.
Era continuamente sull'orlo di un interrogativo che sembrava non avere risposta né pace e che la lacerava interiormente da mille e più sfaccettature.
Aveva perso ogni voglia di sorridere, persino alzarsi dal letto ormai le sembrava una missione al di là di ogni capacità.
Una delle mattine precedenti, mentre scendeva arrancando le scale dopo essere sgattaiolata dal letto che Rod occupava ancora, Hope le si era parata innanzi festosa in cerca del primo pasto della giornata; era stato il movimento di un secondo, ma aveva perso l'equilibrio e lo aveva ritrovato aggrappandosi al corrimano alla cieca.
Il pensiero che le si era affacciato alla mente subito dopo le aveva fatto provare un misto di sollievo e orrore: se fosse davvero caduta, se non avesse stretto le dita contro il ferro, ora probabilmente avrebbero risolto ogni problema.
Era davvero una persona così meschina? La nausea si era fatta sentire più forte ed era uscita di casa senza passare dalla cucina.
Aveva rimesso un reflusso di acido e bava sporgendosi dalla veranda, rimanendo con la testa china ed i capelli a farle da cornice finché non era stata sicura di sentirsi meglio.
Ah ah, meglio.
Strana parola, ormai.
A letto, anche stanotte con gli occhi spalancati in attesa di cadere preda di un sonno leggero che non avrebbe comunque portato riposo, osservava il profilo dell'uomo che le dormiva accanto.
Le sembrava insieme estraneo e famigliare.
Aveva paura di toccarlo, non per il potere che ormai ben conosceva, ma per qualcosa di più intimo. Per il contatto di pelle contro pelle, per il calore che una volta c'era stato mentre adesso sentiva solo freddo.
Aveva sempre le mani fredde, le sprimacciava contro il cuscino e se le infilava fra le gambe coperte dai pantaloni del pigiama cercando di far tornare sensibilità a dita che percepiva come ramoscelli secchi.
Non riusciva più a scaldarsi da sola.
D'altro canto non aveva più avuto episodi di combustione non controllata dalla loro ultima discussione.
Qualsiasi cosa ci fosse stato in lei, l'avrebbe potuto giurare, si era spento.
Rose's Pub (Wicklow), lunedì 6 aprile 2009 - Primo pomeriggio (piove, 8 °C).
Non ricordava quando era stata l'ultima volta che aveva varcato la soglia del Rose's, di certo molti mesi prima. Fra la morte della vecchia proprietaria ed il subentro della nuova, aveva preferito vertere verso altri locali, un po' per il dolore di fondo della scomparsa di Rose e il non riuscire ad accettare di non vedere più il suo pacioso sorriso oltre il banco ed il sapere che in un certo modo la sua dipartita era legata al volto che oggi occupava il suo posto.
E del suo fottuto gatto.
Fra l'altro non si trovava a suo agio con chi era capace di rovistargli costantemente nella testa e sapere sempre quali fossero i suoi pensieri, che lui volesse condividerli o meno. Anzi, la maggior parte delle volte, avrebbe voluto che rimanessero esclusivamente propri. Come tutti, del resto.
Zack Sullivan attraversò il locale diretto al banco. Qualcuno degli avventori lo riconobbe e lo fermò per una stretta di mano e banali frasi di circostanza. "È una vita che non ti si vede qui." "Che fine hai fatto, vecchio bastardo?" "Come sta il giovane Sullivan?"
Zack li congedò con diplomazia e simpatica ironia. Ai loro occhi restava l'inguaribile scapolo con tanta voglia di non fare un cazzo. Qualcuno si chiedeva persino come fosse riuscito a tenersi il posto alla Abbey, specie dopo l'incidente nel laboratorio.
Quando raggiunse il bancone vi appoggiò sopra una copia del Belfast Telegraph e la spinse sulla superficie in direzione della Matar.
- Azione, reazione, conseguenza, - disse semplicemente, puntando lo sguardo fisso agli occhi verdi della ragazza.
Lei ricambiò lo sguardo per un attimo, poi sospirò nell'afferrare il giornale che aprì con lentezza. Senza saperselo spiegare, il vedere Zack nel suo locale non l'aveva sorpresa anche se erano secoli che non entrava lì dentro. Aveva già letto il titolo della notizia sull'edizione online ma non aveva, lì per lì, trovato il coraggio di leggerlo.
"Belfast, 6 aprile 2009
All'alba di questa mattina un operaio del deposito mercantile sul Victoria Channel ha rinvenuto il corpo di un uomo riverso tra i container.
La polizia, giunta immediatamente sul luogo, ha accertato le generalità del malcapitato.
Si tratta di Reginald Berckley, professore associato alla Queen's University.
La morte, secondo il medico legale, è da far risalire a non più di quarantotto ore prima ed è stata causata, da una prima analisi del cadavere, da un colpo di pistola alla nuca sparato a bruciapelo.
Increduli i familiari, subito avvisati del ferale avvenimento.
Dalle prime testimonianze raccolte tra parenti, amici e colleghi, Berckley era una persona mite, dedita alla sua professione.
Difficile ipotizzare lo scenario in cui è maturata la sua uccisione.
Il funzionario di polizia intervenuto sul luogo ha rassicurato che nulla sarà lasciato intentato per ottenere chiarezza sull'accaduto."
Dopo aver letto l'articolo, Failam richiuse il giornale e lo spinse di nuovo verso Sullivan.
Le lacrime iniziarono a solcarle il viso.
Si avvicinò di più all'amico e per non farsi udire dalla persone che si trovavano nel pub sussurrò - Come posso riparare a questi errori? Come posso far tornare Rose o questo professore la cui unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato? - Cercò di asciugarsi le gote, sapendo che nessuno poteva darle una risposta a quelle domande.
- Riflettendo, - rispose semplicemente Zack, senza aver smesso per un solo istante di fissarla. La reazione di Failam ormai la conosceva. Era la stessa che aveva visto dopo la morte di Rose e come conseguenza di altrettante stronzate fatte per semplice impulso o mania di protagonismo. Il più grande difetto della ragazza che aveva di fronte era il volersi affermare a tutti i costi in questo mondo che ancora non le apparteneva. Ed era difficile mandarlo giù, dopo circa due anni che aveva lasciato il suo curioso mondo per approdare al loro. - Con questo sono tre, Miss Confusione. -
Respirando lentamente per ritrovare quanto più possibile la calma, la Matar rimase in silenzio per lunghi istanti. Il quelle condizioni non seppe distinguere tra pensieri e parole. - Non ci riuscirò mai, vero? Non potrò mai far parte di questa società se non a gestire un pub... Quando sono venuta qui speravo di cominciare a vivere sul serio, di poter usare le mie conoscenze non solo per rispettare degli ordini. Ho fallito. - Non erano frasi di circostanza, ma quello che provava veramente.
- Ogni volta che ti trovi di fronte ai risultati delle tue azioni, mi sciorini un mea culpa da manuale, - valutò Sullivan, in un sospiro di rassegnazione. - In questo caso, se il 'nostro' Regie si fosse scelto con più cura le amicizie, forse sarebbe ancora fra noi, ma tu non puoi tirarti indietro dalle tue responsabilità. Noi siamo andati lassù per recuperare un algoritmo che non sarebbe mai saltato fuori se non ci fossi stata tu ad inventarlo. Capisci quello che dico? -
- Lo capisco. - Annuì lei sommessamente - Ma per evitare di ricadere nell'errore non dovrò fare altro. Con tutta la sincerità di questo mondo, come avrei potuto solo immaginare che un algoritmo matematico per quanto avanzato potesse portare simili conseguenze? - Abbassando la voce, quasi a parlare solo a se stessa - Forse nemmeno i miei professori ci hanno riflettuto sopra... -
- Cercherò di essere chiaro, Miss Confusione, - ribatté Zack, stringendosi nelle spalle. - Se la nostra tecnologia fosse abbastanza avanzata, gireremmo tutti su navette volanti ad energia elettrica. Ma se tu ne costruisci una in questo momento storico, quanto saresti sicura di poter scommettere che non venga prima utilizzata per bombardare Baghdad? Non puoi mettere in mano a qualcuno una macchina, se prima non ha imparato a guidarla. -
Allora era quello il significato delle parole "non interferire" più volte udite dalla Matar nei discorsi che alla Colonia coinvolgevano le alte sfere e gli agenti che vagavano sul pianeta.
Non fornire conoscenze che avrebbero potuto accelerare senza controllo lo sviluppo tecnologico.
Alla sua prima occasione di interagire con il resto dell'umanità, per negligenza, superficialità ed ingenuità, aveva totalmente ignorato quel semplice ma basilare dettame.
Come sempre, Sullivan era un passo avanti e ora le stava aprendo gli occhi.
- Grazie Zack. Non sbaglierò ancora. È una promessa che faccio a te, ma anche a me stessa... - Come sempre non trovava il modo di dare torto all'amico. Leggermente più tranquilla, timidamente, cercò un contatto con lui, sfiorandogli la mano - Ti va una birra? -
- Offri tu, - Sullivan annuì e si sedette finalmente ad uno degli sgabelli. - Suppongo tu sia andata già a parlare con Houston, vero? -
Abitazione dei Gallagher, 9 Wentworth Place (Wicklow), lunedì 6 aprile 2009 - Ora di pranzo (piove, 8 °C). "Hai cominciato ad amarci?"
Per tutta la giornata precedente la domanda postagli da Brandy si era ripetuta nei suoi pensieri, senza ottenere risposta, come non l'aveva ottenuta lei perché Rod si era limitato a raccogliere le proprie stoviglie, svuotarle nella ciotola del labrador ed abbandonare la locanda per recarsi alla galleria con una buona ora di anticipo. La sera l'aveva trascorsa seduto nel suo studio a cercare di ragionare con lucidità, a scavare nel profondo del proprio animo. "Hai cominciato ad amarci?"
Non aveva chiesto quel bambino, si era limitato ad accettare il suo futuro arrivo solo ed esclusivamente per amore di Brandy. Si rese conto che non sarebbe bastato, che avrebbe rischiato di comportarsi nei suoi confronti come il padre aveva fatto a suo tempo con lui. Non aveva chiesto lui di nascere, né la particolarità che portava con sé, esattamente come stava succedendo con il proprio di figlio. "Hai cominciato ad amarci?" "Non ancora", era la risposta vera.
Non riusciva a calarsi nei panni del padre, non si sentiva pronto e forse non lo sarebbe mai stato, Aveva paura, una fottuta paura di non riuscire a gestire quella situazione e l'unica verità era che stava fuggendo da essa in ogni modo possibile. Non che avesse usato il viaggio a Belfast come scusa, sarebbe partito comunque. Era il tipo di responsabilità al quale non riusciva a tirarsi indietro. Ma era capitato a fagiolo.
Brandy aveva ragione. Non l'aveva accompagnata a nessuna visita, si era crogiolato dell'amicizia che la legava ad Elspeth, scaricando virtualmente su di lei la gestione della fidanzata in questo momento delicato della sua vita.
Ed era sbagliato, terribilmente sbagliato.
Al momento di cambiare pannolini e alzarsi nel mezzo della notte per sedare i vagiti disperati ci sarebbe stato lui, non la Somohan.
Eppure, vedeva tutto così distante, lontano anni luce da lui.
Non riusciva proprio ad immedesimarsi in colui che avrebbe cullato fra le braccia un neonato nelle vene del quale scorreva il proprio sangue.
Zack era stato decisamente più bravo di lui con June e JD. Non ricordava un solo momento in cui il cugino non era stato all'altezza della situazione e fu solo sfortuna se a stringere il piccolo Sullivan ci fosse stato lui e non il cugino. E l'immancabile zampino di Failam.
Perché era stato facile stare vicino a June quando Zack era a Londra ed ora si sentiva così lontano da Brandy? Perché, nonostante nemmeno Zack avesse chiesto la nascita di JD, lui non riusciva a stringere Brandy fra le braccia come prima e la vedeva come l'unica colpevole di quella situazione che gli andava così stretta da soffocarlo?
- Non lo inventi l'amore per un figlio. - Leslie stava posando una tazza di caffè davanti a lui, sulla tovaglia di cotone azzurro della propria cucina. Sollevò gli occhi chiari ad inquadrare il volto dell'altro - Viene da sé e te ne accorgerai quando lo vedrai nascere, quando stringerai fra le braccia un essere così piccolo che con il suo visino ricorderà il tuo e quello della donna che dici di amare. -
Rod aggrottò la fronte. Posò entrambe le mani ai lati della tazza lasciando che il calore gli giovasse ai palmi. Anziché rimanere per pranzo alla locanda, aveva preso il cappotto e le chiavi della macchina e si era diretto verso la villa dei genitori in Wentworth Place.
- La amo! - protestò lui, piccato. - Stai fuggendo dal bambino? - la donna si sedette dall'altro lato del tavolo, di fronte a lui con un'altra tazza di caffè per sé - Non puoi - aggiunse con un'alzata di spalle - Per svariate ragioni. La prima in assoluto, non si scinde da Brandy, non adesso. Scappi da lui, lasci sola lei. E ti perdi qualcosa per il quale ti pentirai amaramente dopo per non averlo vissuto. Se non lo volevi, dovevi dirlo prima. Adesso siete al terzo mese, e non si può tornare più indietro. Hai paura? Te lo concedo. Tu e Brandy siete... diversi, ecco. Non credere che non ci abbia pensato pure io a cosa possa nascere dalla vostra unione, ma se con la coscienza di adesso dovessi tornare indietro non esiterei un attimo a farti nascere di nuovo. -
Rod abbassò lo sguardo a fissare la superficie del liquido scuro nella propria tazza, perdendosi nelle volute di vapore.
- Non so se sono pronto a diventare padre. - mormorò senza sollevare lo sguardo.
- Ti prego, Roderick, non farmi diventare la donna dei luoghi comuni. - lo rimproverò Leslie, con una smorfia delle labbra - Non si nasce genitori, si nasce figli. Tutto il resto è abilità, amore e intelligenza, cose che non mi sembra tu ne sia privo. Quindi muovi il culo e fai il tuo dovere, non hai più sedici anni. Vai da lei, stringila e falle sentire che ci sei e ci sarai. -
La tazza di caffè era stata svuotata. Aveva posato un bacio sulla guancia di sua madre e mormorato un 'grazie' che non era riferito a quella breve ma incisiva conversazione. Non soltanto, almeno. Era un ringraziamento per ogni volta che quella donna lo aveva protetto, difeso, sorbito i suoi comportamenti impulsivi, le bugie, le alzate di testa, le scelte sbagliate, le scazzottate e per ogni singola volta che lo aveva abbracciato quando il mondo sembrava così terribile da farlo scoppiare in lacrime, più fragile di quanto volesse apparire.
Non che la prospettiva gli fosse cambiata di colpo, ma gli sovvenne il giorno che aveva assistito June nella nascita di JD, di quando era uscito dalla sala operatoria con le ginocchia tremanti e di come fosse svenuto un attimo dopo fra le braccia di Leslie ed Hilary.
- Cazzo... - mormorò, ormai solo, alla guida della Peugeot già all'angolo fra la Wentworth e la Abbey Street. Se per il figlio del cugino era riuscito a resistere fino al corridoio del reparto di maternità, come avrebbe reagito alle contrazioni ed alle urla di Brandy?
Convenne con se stesso che la galleria lo avrebbe atteso ancora un po'. Parcheggiò davanti al Supervalu e raggiunse a piedi la Bank of Ireland. Con il fatto di avere un conto corrente online, l'ultima volta che era stato lì era stato per scassinare il caveau, ed il pensiero gli fece spuntare il primo vero sorriso della giornata.
- Ti offro il caffè. - disse una volta al cospetto di Robert - Mi devi dare un consiglio. Voglio sapere quanti errori con me non rifaresti se potessimo ricominciare da capo. -
st. laurence road (Wiclow), sabato 4 aprile 2009 - Sera (piove, 7 °C).
Cinque giorni non sembravano nulla se paragonati alla scelta di una vita.
June O'Shannon ne sapeva qualcosa.
Le ore si erano accavallate fra loro formando intere giornate mentre la donna proseguiva con una routine che sentiva scorrere come una fragile facciata.
Preparare i pasti per Chad, seguire i ritmi di veglia di JD, pensare a se stessa, tutte attività che l'avevano impegnata fisicamente ma non mentalmente.
La telefonata di Rod era arrivata nel primo pomeriggio, telegrafica ma essenziale.
- Siamo tornati. Stiamo tutti bene. È tutto sistemato. -
Tornati. Insieme a loro Jago. Ne aveva sentito la mancanza, alternando equamente le preoccupazioni per le conseguenze di quel viaggio fra lui e Zack.
Ne aveva sentito la mancanza, ma aveva sentito altrettanto forte il peso di una decisione che doveva essere presa.
Si era distaccata da Sullivan per il covo di bugie che l'aveva attorniato durante il periodo della loro frequentazione, le stesse bugie che, destino beffardo, attorniavano persino lo stesso Baker.
Avrebbe potuto dire sì all'accettazione di quello che sembrava ormai un fato ricorrente?
Inserirsi fra persone che, normali all'apparenza, celavano ai più segreti profondi?
Un gruppo che, ogni volta più vasto, affrontava pericoli che avrebbero visto ritrarsi uomini più sensati?
Onore, lealtà, coraggio, erano ideali che tanto si beatificano sulla carta ma accettarne il rischio, sapere che i volti di chi occupa il tuo cuore sono esposti a pericoli, lascia ben poco spazio ai principi.
JD sarebbe cresciuto in questo mondo? Con questi valori?
Il bambino tanto simile al padre avrebbe voluto seguirne le orme se avesse scoperto l'esistenza di quel universo parallelo?
Il suo cuore diceva di sì.
E avrebbe sopportato l'idea di un figlio, suo figlio, complice di rischi così elevati? Quale madre l'avrebbe fatto?
Accettare Jago sarebbe stato equivalente ad accettare quella realtà, con tutte le sue conseguenze.
Poteva chinare il capo ed arrendersi ad un'onda che cercava di travolgerla da ormai tempo immemore oppure soffocare quel sentimento che li aveva spinti fin dove si trovavano.
La scelta ora solo sua.
E con sordo dolore sapeva di essere prima madre che amante.
St. Patrick's Road, Casa Houston, sabato 4 aprile 2009 - Primo pomeriggio (piove, 7 °C).
Il viaggio di ritorno da Belfast era durato circa tre ore, un tempo in cui le uniche parole, nell'abitacolo della station wagon di Sullivan, le aveva pronunciate il dj della stazione sintonizzata sull'autoradio annunciando i vari brani messi in onda. Silenzio da parte di tutti, benché per Failam quello avesse poco valore. Aveva faticato non poco a tenere la mente occupata in qualsiasi tipo di ragionamento, l'unica schermatura possibile da quando un incidente d'auto le aveva danneggiato la facoltà di controllare la propria telepatia, oltre a privarla di tutti gli altri poteri.
Per questo, aveva benedetto il momento in cui la vettura si era fermata davanti la propria abitazione per farla scendere.
Un fugace saluto agli altri ed era entrata in casa il tempo necessario a prendersi cura del proprio gatto e farsi una doccia.
Poco dopo l'ora di pranzo era di nuovo in strada, ed in pochi minuti aveva raggiunto casa Houston. Jasper doveva conoscere gli sviluppi presi dalla faccenda e, in più, la Matar aveva il desiderio di vedere Sian con i propri occhi, una visita che aveva rimandato fin troppo.
Sian era stanca di sonnecchiare sul divano e trovava insopportabili i salotti televisivi, la rendevano nervosa ed inoltre la politica l'annoiava a morte. Aprì la porta, si reggeva ad una stampella ed indossava una tuta color acqua, i capelli castani stretti in una coda di cavallo sulla nuca.
- Failam, entra. - l'invitò con un cenno del capo, la voce tradì una certa sorpresa.
La Matar, prima di entrare, non poté fare a meno di osservare dal basso verso l'alto la ragazza che le aveva aperto la porta.
Infine, entrando in casa Houston - Come stai? E' un sollievo vederti di nuovo a casa. Non mi sarei perdonata se... - non finì la frase, consapevole che era complicato spiegare le motivazioni intime del suo senso di colpa per ciò che era accaduto.
Sian richiuse la porta, saltellò praticamente sulla gamba sana e solo in seguito si concentrò sulla Matar. Era strano, durante la reclusione, non si era posta domande esistenziali e neppure aveva valutato le varianti possibili al suo rapimento; si era convinta che solamente la vita fosse importante e che contassero gli affetti, quei legami che aveva dato per scontato.
- Non saprei neppure io, cosa avrei fatto. - sdrammatizzò Sian, avanzando verso il soggiorno impacciata: - Dico, forse sarei della polvere nel cosmo: questa ipotesi mi attrae. Polvere del cosmo, infinitesimali granelli di luce e coscienza. - il soliloquio sarebbe proseguito, ma Isolde si accostò a Failam.
- Mio padre è andato a risposarsi, vuoi che lo chiami? - chiese e riuscì persino a sorridere: - Se mi aiuti, possiamo preparare del the. Ascolta, non voglio arrabbiarmi, portare rancore, pensare alla morte: è inutile. Ci viene dato un frammento di tempo, possiamo sprecarlo con i rimorsi, con le ossessioni su ciò che sarebbe stato ma non è eppure non servirà, alla fine conta cosa abbiamo fatto e se quello che abbiamo ci soddisfa. No? -
- Ehm... sì, in realtà dovrei pensarci. Io dico solo che per colpa del nostro algoritmo ora potevi essere quella polvere di cui parli e non poter preparare il the assieme a me... - Failam fu lievemente sollevata dall'apprendere il punto di vista di Sian e constatare che, in fin dei conti, era contenta che le cose fossero andate bene.
Quello che quell'esperienza le avrebbe lasciato, a parte la cicatrice del colpo di pistola preso alla gamba, lo si sarebbe visto con il tempo.
- Per quanto riguarda tuo padre, magari lo disturbiamo dopo che il the sarà pronto e se mi dici dove trovare le cose ci penso io mentre tu te ne stai seduta. - Aggiunse la Matar con un lieve sorriso.
Sian sospirò, le parole dell' altra erano terribilmente reali, non poteva negarlo a se stessa, perciò si avviò verso il soggiorno: - Dovrei incolpare mio padre o te? - ribatté con voce stanca: - Non avete fatto qualcosa che intenzionalmente era pericoloso, si è rivelato tale e non era un vostro desiderio, mi avete salvata. Avete rischiato per salvarmi, quindi ho pensato a cosa è successo, a cosa avete fatto e credo siate ottime persone, penso di essere fortunata ad essere qui, a essere con voi. - indicò un paio di armadietti, sempre zoppicando sedette sul divano, prese il cellulare ed armeggiò con i tasti per qualche secondo.
La suoneria si sentì dalle scale, Jasper Houston pensò che non fosse un'emergenza e scese al piano terra con in sottofondo lo sciacquone del bagno.
- Failam? - esordì lo studioso, indossava una maglietta scura e pantaloni sformati: - Sian non mi ha detto che... Siediti, sei tu l'ospite. - aggiunse con un sorriso cordiale.
- Ma no, non si preoccupi... spero di non averla disturbata. Ecco, volevo portarle la notizia che il cd è stato recuperato. Tutto è andato bene secondo il piano di Zack Sullivan. - Sorrise a sua volta.
Jasper era visibilmente sollevato, l'imbarazzo per la sua trionfale entrata in scesa svanì subito e si accostò alla Matar: - Le cose si sono risolte, sinceramente non ci speravo più. - ammise con sincerità, l'aiutò a servire le tre tazze di liquido caldo e quindi aggiunse: - Ora, ti senti meglio? - chiese con premura sincera.
Failam bevve un sorso e mentre assaporava il tepore del the scrollò le spalle - Non so. Certo Sian è tornata, - si voltò verso la Houston - la copia dell'algoritmo è stata recuperata ma... non so dare corpo a tutte le mie sensazioni. - Scosse lievemente il capo.
Sian tacque, riusciva a comprendere lo smarrimento di Failam e sentiva qualcosa di analogo legato ad altri ricordi, alla solitudine del sequestro, al dolore della ferita.
- Sono stato duro con te. - Jasper si schiarì la voce, cercò di incrociare lo sguardo della Matar: - Mi sono già scusato, però se fossi stata mia figlia e qualcuno ti avesse... Ricattata, beh... Sarei arrabbiato con quel tizio. - si zittì per alcuni istanti: - Questa storia è stata orribile, però non hai colpa, devi andare avanti. Fai ciò che desideri, sul serio. -
Locanda Gallagher, Dumbur Rd (Wicklow), sabato 4 aprile 2009 - Ora di pranzo (piove, 7 °C).
Non aveva aperto bocca per tutta la durata del viaggio, passandola a guardare il cielo grigio fuori del finestrino e la pioggia che batteva sui vetri della vettura. Ad un certo punto del viaggio di ritorno aveva sentito una morsa allo stomaco e da allora aveva cominciato a fissare frequentemente il led rosso del cruscotto dov'era posizionato l'orologio, scoprendo una certa urgenza di tornare a casa. Quando, finalmente, la station wagon aveva imboccato la stradina che conduceva alla locanda, il suo respiro si era fatto meno corto, ma l'ansia gli era rimasta. Aveva avuto l'impressione, o premonizione, che fosse accaduto qualcosa di brutto, anche se non riusciva a focalizzare cosa.
- Grazie della compagnia. - gli aveva detto con ironia Zack, quando aveva aperto lo sportello per scendere. Erano state le tre ore di viaggio più lunghe che Rod avesse mai vissuto.
- Ti chiamo dopo. - gli aveva risposto semplicemente lui, accennando un sorriso forzato che l'altro doveva aver colto, perché non aveva aggiunto ulteriori commenti.
Failam, Sarah ed in ultimo Jago erano stati già riaccompagnati alle rispettive dimore. Lui aveva dovuto "soffrire" fino in fondo, perché era quello che abitava più lontano dagli altri.
Percorse il piazzale a grandi passi, calcando il cappuccio della felpa grigia sul capo. Ci mise un po' ad azzeccare la serratura per colpa della fretta, ma quando fu all'interno il tepore del riscaldamento acceso lo investì con dolcezza.
Era di nuovo a casa.
Hope fu la prima ad andargli incontro, scodinzolando festosa e strofinando il muso contro il tessuto ruvido dei jeans. Quella sua abitudine, d'estate, lo costringeva a cambiare un paio di pantaloni almeno due volte al giorno. Ma il caldo era ancora lontano e il labrador non aveva ancora cominciato a sbavare. Le grattò la testa.
- Brandy? - chiamò, forse con un'ottava di troppo, mentre fissava l'interno della locanda e sistemava alla bell'e meglio il giubbotto sull'appendiabiti.
- Cucina, - si fece sentire lei da dietro la porta accostata del locale, prevenendo la domanda che sarebbe susseguita, girandosi quando il ragazzo ne attraversò la soglia - Sei tornato in tempo per il pranzo. -
- Va tutto bene? - chiese invece lui, mentre si sfilava anche la felpa e la posizionava sullo schienale della sedia che era solito utilizzare. L'azzurro degli occhi scrutò la ragazza da capo a piedi. Apparentemente, non c'era nulla che non andasse. Già il fatto di trovarla lì, lo aveva rassicurato un poco. Probabilmente si era lasciato angosciare dai litigi al telefono.
- Tutto bene, - stirò un sorriso la rossa portando a tavola due tazze di zuppa sui cui sottopiatti aveva posato fette di pane appena tagliato e sedendosi al proprio posto - Voi? Missione compiuta? -
- Abbiamo il cd. - Rod espirò lasciandosi cadere sulla sedia. Osservò le zuppe e si rimboccò le maniche della camicia fino ai gomiti - Dov'è Juanita? -
- L'ho mandata a casa, - rispose Brandy lasciando da parte il proprio cucchiaio per sbocconcellare la prima fetta di brown bread - Non mi sembrava utile trattenerla senza aver nulla da fare. -
- Ce l'hai ancora con me. - ne dedusse lui storcendo la bocca. Afferrò il coltello e imburrò le proprie fette di brown bread prima di infilarle nella zuppa - Bran, sii ragionevole. -
- Ma certo che sono ragionevole, cosa mai potrei ribattere a tutte le tue ragionevolissime argomentazioni? - parlò a tono basso l'altra senza alzare lo sguardo ad osservarlo ma frugando la zuppa con il cucchiaio, continuando a rimestarla senza sembrare intenzionata ad assaggiarne il liquido - Il bene di Sian, il bene di suo padre, il bene di Failam, il bene del gruppo, il bene del fottutissimo mondo.. mi sono dimenticata qualcosa? Qualcuno? -
- Ce l'hai con me perché non ho voluto che venissi con noi. - sospirò Rod, dopo aver dato un morso alla propria fetta di pane per poi abbandonarla sul piattino sotto la mug. Al contrario di lei, la stava guardando fissa in viso - Altrimenti, quel bene che sembra esserti stato strappato via, lo avresti sentito tuo. -
- Io mi preoccupo per Sian, non farmi passare per una stronza egoista. - sbottò Brandy sollevando lo sguardo ma non il viso, poi scosse il capo come a lasciar cadere l'argomento traendo un lungo respiro e tornando al proprio piatto.
- Allora perché sembra che tu sia arrabiata con me? -
Lei si baloccò per alcuni istanti con l'idea di spiattellare tutto. L'intera faccenda.
Il problema era che aveva più paura di sentirlo rispondere che bisogno della risposta stessa. Paura di sentirsi ribaltare sensazioni e sentimenti, di sentir catalogare come normali quei vuoti, come legittimi quegli impedimenti, tanto da far passare in secondo piano la situazione che invece avrebbero dovuto vivere assieme.
Chi stava prendendo in giro? Far passare in secondo piano? Cancellare inesorabilmente.
Se fosse stata incinta dell'uomo invisibile probabilmente avrebbe avuto più partecipazione, diamine, persino Hope sembrava essere più interessata di Rod alle nausee mattutine che la coglievano almeno tre volte a settimana ed a tutti i piccoli cambiamenti che sentiva di stare affrontando.
Qual'era l'ultima conversazione che avevano affrontato da quando gli aveva rivelato di aspettare un bambino? Brandy si rammentò del fugace dialogo avvenuto in bagno durante la scorsa settimana. 'Tu come ti senti?'
'Sono preoccupato..'
'Premonizioni..'
La ripercorse ancora e ancora, non trovandovi nessun accenno al figlio che avrebbero dovuto attendere assieme. Preoccupato? Sì, ma per lei, per l'ennesima delle stranezze che la rendevano 'fragile ed indifesa', non adatta ad essere la compagna che era sempre stata.
Rod aveva mai espresso felicità per quell'evento? Felicità vera, e non il riflesso di una gioia che era in realtà solo propria? Mai.
Gliene poteva fare una colpa? No.
Glielo perdonava? Ancora no.
Avrebbe preferito dubbi, paura, persino rabbia. Avrebbe preferito che le gridasse addosso piuttosto che quella facciata di accettazione in cui entrambi leggevano dentro all'altro (lei meno chiaramente di lui, gliene rendeva atto) e continuavano a blandirsi col silenzio.
Si alzò in piedi abbandonando una buona metà del proprio pasto sul lavello, avrebbe pensato in seguito a riempire con esso la ciotola del labrador. - Ho mal di testa, - affermò, già diretta alla porta - Vado a stendermi di sopra per cercare di dormire un po'. -
- Bran. - si alzò di scatto lui, perdendo completamente interesse per il pranzo - Non voglio toccarti per capire quello che ti sta logorando. Vorrei che fossi tu a dirmelo. Se chiudi il dialogo fra te e me, è come se chiudessi la nostra storia. -
Brandy fu quasi sul punto di uscire lo stesso, continuare a camminare, salire le scale e cercarsi una stanza; no, non la loro. Una singola, con un letto abbastanza stretto da contenere se stessa e l'altro sé che la seguiva ovunque.
Sì girò solo quando sfiorò con la mano lo stipite sulla soglia, lo osservò appena, 'lui', in piedi fra tavolo e sedia ma sollevò il mento con una punta di orgoglio e più di una di sfida.
- Sono entrata nel terzo mese, - raccontò cercando di imprimere al proprio tono meno amarezza possibile. - La ginecologa dice che il bambino a questo punto ha già sviluppato il proprio colore degli occhi. Spero che siano azzurri come i tuoi, i miei sono così scialbi. -
- Continua così. - protestò lui, stringendo i pugni alla fine delle braccia distese lungo i fianchi - Continua a farmi sembrare un fantasma nella tua vita, quando non lo sono. Mi dispiace di non essere stato così presente, ma questo non significa che abbia smesso di amarti! -
- Non hai smesso di amarmi, te ne do atto. - sorrise lei a quelle parole, ma fu più una smorfia. - Ma la vera domanda è: hai cominciato ad amarci? -
Dublino, sabato 4 aprile 2009 - Tarda mattinata (piove, 7 °C).
- E quindi sono sola per l'ennesima volta. -
La voce di Brandy si levò sopra la musica del reparto di H&M di Dublino facendo voltare, oltre ad Elspeth, anche le clienti a loro più vicine.
- Io sono instabile, appicco fuochi, non riesco ad essere lucida nelle situazioni di emergenza, - continuò piccata ma a tono più basso sempre rivolgendosi verso l'amica. - Ma intanto sembra che io venga giudicata in condizioni abbastanza buone per portare avanti la gravidanza come se questo bambino non avesse un padre. -
Sospirò, in realtà fu più uno sbuffo soffocato, accarezzando il tessuto di una maglia a righe azzurre prima di tornare alla Somohan.
- Non è mai venuto a nessuna visita? Nessuna! Nessuna domanda, nessuna emozione, nessuna aspettativa. - abbandonò lo scaffale su cui si era soffermata per andare avanti nel negozio - Prima pensavo che questa responsabilità lo terrorizzasse, poi credevo di averlo incastrato in qualcosa che odiava, adesso.. adesso mi sembra di vivere con un estraneo che gioca ad una specie di parodia di Superman: salviamo tutto il mondo, tranne quello che ci circonda. È orribile e ti avviso, se mi dirai che lo fa per un bene superiore mi metterò a strillare qui nel reparto biancheria. - - Forse la tua prima impressione era giusta, - Elspeth si strinse nelle spalle mentre rigirava fra le mani una lunga sciarpa di lana nera tessuta da chissà quale uncinetto meccanico gigante. Sollevò la testa e la volse verso Brandy. - Magari è davvero terrorizzato da questa responsabilità e sta tentando di tenersi lontano con ogni scusa possibile. -
"O forse non ti ama più", pensò, ma lo tenne per sé. In quel momento sarebbe stata l'ultima frase da dirle e l'ultima che la MacKenzie avrebbe voluto sentire. Quanto aveva asserito era vero e uno sbalzo d'umore così violento avrebbe rischiato di far accendere un incendio che sarebbe stato ricordato da tutta Dublino per almeno un anno buono.
- Lo sai, - proseguì la rossa come se quel breve interludio pronunciato dall'altra non fosse stato che un rumore di fondo. - Ho un cassetto pieno di questi. - spiegò, voltandosi con un perizoma nero sul cui davanti cui spuntava la faccia di Hello Kitty. - Mi sono sempre sembrati divertenti, mi piacciono gli abiti buffi e so che a volte mi piacciono cose che alla mia età non dovrebbero più piacere, almeno non apertamente. Eppure mi ero ripromessa che il fatto di star diventando madre non mi avrebbe cambiata in questo, che sarei rimasta una persona a cui piace ridere, che avrei vissuto le preoccupazioni senza fasciarmi la testa. Bhè, - si strinse nelle spalle. - In realtà non c'è più nulla che valga nemmeno un sorriso. Da quando sono rimasta incinta l'unica vera frase che ci scambiamo è 'sto uscendo', oh, giusto, c'è anche 'come ti senti oggi?' pronunciata dalla soglia della cucina mentre si infila le scarpe per andare a lavoro. Giuro che potrei scommettere me stessa e il bambino che se mi presentassi a letto vestita solo da uno di questi scapperebbe urlando e con le mani sugli occhi... Io, non lo so, io credo..-
'Di non amarlo più'?
'Di non riuscire a sopportare oltre'?
Tutte frasi che si erano sussegguite infinite volte ma che Brandy aveva sempre scacciato prima che potessero arrivare a galla. Pronunciarle avrebbe decretato una fine che non era ancora sicura di voler tracciare.
- Credo di aver bisogno di qualcosa che ora non ho. - concluse con un sorriso stiracchiato.
- Sicuro, hai bisogno di qualcuno che ci sia nella tua vita, soprattutto adesso. C'è da dire però che sei stata anche sfortunata. - asserì mesta l'altra con un sospiro. - Fato ha voluto che tu lo scoprissi proprio quando quella vostra amica è sparita. -
- La nostra solita stella fortunata, - borbottò la MacKenzie finendo di pagare gli acquisti alla cassa. - Almeno posso ancora crogiolarmi nell'idea che ci sia un perché a questo abbandono. Da settimana prossima invece niente più prosciutto a coprirmi gli occhi. -
Le scappò persino una breve risata a quella considerazione mentre entrambe varcavano l'arco che usciva nella via principale del corso dublinese e Brandy risistemava il portafogli nella tracolla.
Nessuna delle due si avvide del ragazzo che le avvicinò per poi afferrare la cinghia della borsa della rossa. Fu solo un gesto automatico quello che portò Brandy ad afferrarla a sua volta, agevolata dal fatto di avere ancora le mani impegnate dal gesto precedente.
L'uomo preso in contropiede si sporse dandole una spinta e strattonando la cinghia che cedette iniziando a correre subito dopo, mentre la ragazza dopo aver incespicato piombava a terra sul proprio sedere, le mani strette allo stomaco a proteggere una pancia che ancora non c'era.
La scena era durata meno di cinque secondi ed i primi curiosi stavano già formando un capannello.
- Che diavolo guardate tutti? Le ha rubato la borsa, qualcuno lo prenda! - strillò invece la Somohan, indicando nella direzione verso la quale il ladro aveva preso a correre, ma un attimo dopo era già china sull'amica, con tutta la preoccupazione del caso stampata sul volto. In un altro momento e con meno gente a frapporsi fra di loro, avrebbe cercato sicuramente di fermarlo da sola. Le porse la mano - Come stai? -
Brandy aveva la testa china e ci volle qualche attimo perché la rialzasse ed osservasse Elspeth, scoppiando poi in una risata improvvisa che tentò di soffocare mentre si rimetteva in piedi.
- Stella fortunata, eh? - tentò di boffonchiare strentatamente, una mano premuta sulle labbra. - Il bene superiore, il fato. Dov'è il mio supereroe in questa situazione? Non mi spetta di diritto? Farò reclamo al comitato. -
Rise ancora un poco, mentre entrambe tornavano alla vettura dell'amica. Fu solo quando chiuse lo sportello che si rese conto che in realtà aveva solo una gran voglia di piangere.
Queen's University - Ufficio di Berckley, sabato 4 aprile 2009 - Mattina (piove, 7 °C).
Irvin Blavock, alle dieci in punto di quella mattina piovosa, aveva arrestato la propria vettura accanto alla Mustang di Reginald Berckley. Sul cofano dell'automobile americana le gocce di pioggia si fondevano con una leggera coltre di vapore, segno che il potente motore era stato spento da poco.
Con il cappuccio della felpa tirato sul capo a proteggersi dall'acqua, entrò nella palazzina e raggiunse l'ufficio del professore. Questi era seduto alla propria scrivania intento a lavorare al proprio computer. Salutò con un cenno della mano il nuovo arrivato, facendogli poi cenno di sedersi mentre terminava di leggere alcuni messaggi.
- Ti ho intravisto al Crown ieri sera. Eri con delle persone e non ti ho disturbato. - Esordì Blavock.
Berckley distolse l'attenzione da quello che stava facendo e sorrise - Ah, sì. Sono due russi, lui mi ha fatto una proposta per la Mustang e io ho accettato. Oggi pomeriggio concluderemo. -
- Vendi il tuo gioiello? Devono averti offerto un bel po' di soldi. - Commentò l'altro non nascondendo lo stupore.
Parlarono ancora per qualche minuto poi, terminata quella conversazione, Irvin chiese conto del CD con il software creato al DIT di Dublino ed estorto a Jasper Houston.
- Non ho mai visto nulla del genere, Irvin, mi piacerebbe conoscere quelle persone che lo hanno programmato. - Pronunciando quelle parole, Berckley si era alzato dalla scrivania per raggiungere l'armadietto. Presa la chiave dalla tasca, aprì le ante dello stipetto metallico.
Di fronte, all'altezza degli occhi, c'era una scatola di plastica chiusa, che prese e portò sulla scrivania dove l'aprì.
Vuota. - Ma cosa...? - Reginald rimase a fissare il contenitore per qualche secondo sentendosi chiudere lo stomaco. Era sicuro di aver riposto il CD lì dentro dopo averlo provato, come era sicuro di aver chiuso l'armadietto con l'unica chiave esistente in suo possesso.
Blavock si sporse per osservare egli stesso la scatola di plastica che non conteneva alcun oggetto. - Sei certo che fosse lì dentro? Reginald, non devo dirti io quanto sia importante quel CD. -
- L'ho provato e l'ho messo qui dentro, - rispose secco il professore - Lo ricordo bene. -
Insistente, Irvin lo spronò a fare mente locale.
Erano stati gesti elementari, svolti migliaia di volte. Berckley riponeva in quella scatola tutti i software e i progetti importanti su cui lavorava. Rammentava ogni istante di quella mattina in cui aveva testato il programma. Dopo aver terminato aveva estratto il disco dal lettore, lo aveva infilato in una custodia e lo aveva messo in quel contenitore.
Che ora, però, era vuoto.
- Aiutami a cercare. - disse, non più molto convinto, mentre il cuore batteva più veloce nel petto.
Assieme, iniziarono a rovistare nell'ufficio. L'armadietto fu completamente svuotato, i cassetti della scrivania aperti e controllati in ogni angolo.
- Chi altri ha accesso a questa stanza? - Irvin, la cui pazienza era terminata da un pezzo fissò Berckley con il volto rosso per la fatica fatta.
- Solo io. E solo io ho la chiave dell'armadietto. - Reginald camminava nervosamente per la stanza, con una mano appoggiata alla fronte nel tentativo di riflettere, ma l'unico ragionamento che riusciva a fare riguardava le conseguenze a cui poteva andare incontro se quel disco non fosse saltato fuori. Per ottenerlo una ragazza era stata rapita e ferita, un collega di Dublino ricattato e nelle migliore delle ipotesi, se li avessero scoperti, avrebbero passato il resto dei loro giorni in galera. Non solo. Il contenuto di quel CD avrebbe consentito alla CIRA di ottenere un enorme vantaggio strategico.
- Ascoltami bene. - Irvin si avvicinò a Berckley e lo fermò, afferrandogli entrambe le braccia con ciascuna mano - Se non porto indietro quel disco oggi stesso finiamo male. Dove cazzo lo hai messo? -
Il professore si divincolò. Aveva cominciato a sudare e sentiva le mani tremargli. Ripeté di essere sicuro di averlo messo nella scatola dentro l'armadietto. Ipotizzò che qualcuno potesse essere entrato nella stanza per trafugarlo, ma era uno scenario improbabile visto che nessuno, a parte loro due, conosceva l'esistenza del CD.
Blavock tornò a guardarsi attorno. Sul pavimento, vicino ad un classificatore, spuntava un oggetto rettangolare dalla superficie scura.
- Quello cos'è? - chiese, ma non attese la risposta dell'altro e si avvicinò per scoprirlo da sé.
- Non lo apro da mesi quell'affare, le chiavi sono nel primo cassetto della scrivania. - Rispose Reginald, convinto che l'altro si riferisse al mobile, ma quando si voltò scoprì che Irvin stava poggiando sulla scrivania una valigetta di cuoio.
Mentre la stava aprendo, Berckley si era avvicinato anche lui.
- Quella roba non è mia. - asserì con convinzione, ma la voce gli morì in gola quando entrambi ne videro il contenuto. All'interno vi erano dieci mazzette di banconote da cento sterline ed una busta con il logo della British Airways che si rivelò un biglietto aereo di sola andata Belfast-Mosca intestato a Reginald Berckley, con partenza alle tre e quaranta del pomeriggio.
- Che cazzo hai combinato, Reginald? - Blavock aveva impiegato pochi secondi ad elaborare la sua teoria. Quell'imbecille aveva venduto il CD a quei due russi ed aveva messo in scena la sparizione del disco, pensando di farla franca fino alla partenza. In Russia avrebbe avuto la protezione di qualche organizzazione del posto, governativa o malavitosa che fosse.
Anche Reginald ci mise poco a farsi un'idea dell'accaduto, e non era a suo favore. Qualcuno era entrato nel suo ufficio, aveva rubato il disco e lasciato quella valigetta per farlo sembrare l'unico colpevole. Una sorta di capro espiatorio. Ogni tentativo di spiegazione sarebbe stato vano. L'evidenza di quelle prove costruite ad arte avrebbe spazzato via qualsiasi ragionamento.
- No... no... - cominciò a ripetere indietreggiando. - No... -
Lo sguardo che Irvin gli stava rivolgendo parlava da sé.
Berckley corse fuori dall'ufficio, ma Blavock non si fece trovare impreparato e scattò dietro di lui. Al primo angolo del corridoio, le Nike persero la presa sul pavimento lucido e Reginald rischiò di scivolare. Si mantenne in piedi con il sostegno della parete. Infilò la porta che dava sulle scale di emergenza. L'altro lo seguì, scendendo i gradini con più controllo rispetto a Berckley. Era evidente che fosse più avvezzo a situazioni del genere. Lo raggiunse poco prima che il professore riuscisse a sospingere la maniglia della porta antipanico che dava all'esterno.
Reginald si trovò atterrato e poco prima di capire cosa gli stesse accadendo, lo avvolse il buio. Un buio che aveva il sapore del ferro. Lo stesso buio che vide quando riaprì gli occhi incalcolabili momenti dopo, mentre la sua faccia premeva contro una ruvida moquette e veniva smosso in quel luogo stretto e angusto da un familiare rollio.
GdB online dal: 10 novembre 2006 Proprietari:Rod e Brandy. Visite:*loading* Presenti: online.
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Una piccola nota da parte dell'esiguo staff è d'obbligo.
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Questo non significa che chi ha meno disponibilità di tempo non possa iscriversi. Tenga comunque presente che gli verrà dato uno spazio elastico che gli consentirà di postare solo ed esclusivamente quando ne avrà la possibilità . Questo, di contro, comporterà che verrà escluso a priori dai ruoli principali nelle grandi quest.
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Nome: Brandy MacKenzie Data di Nascita: 7 Agosto 1984 A: Dublino Capelli: Rossi Occhi: Verdi Altezza: 168 cm Peso: 43 Potere: Pirocinesi. Descriz. potere:
Può dare fuoco a cose e persone con la forza del pensiero e comandare le fiamme a suo piacimento. Il fuoco si ritrae spontaneamente prima del contatto con il suo corpo.
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Nome: Roderick Gallagher Data di nascita: 21 Novembre 1978 A: Wicklow Capelli: Castano scuro Occhi: Azzurri Altezza: 175 cm Peso: 70 Potere: Chiaroveggenza. Descriz. potere:
Ha la capacità innata e passiva di vedere gli eventi passati, captandone persino i pensieri (essendo comunque trascorsi), solo venendo in contatto fisico con persone od oggetti. È costretto a concentrarsi per riuscire a distaccarsi dalle visioni. Talvolta e di rado gli capita di avere delle premonizioni.
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Nome: Failam Casato: Matar Data di nascita : 24 luglio 1985 A: Zurigo Capelli: Neri Occhi: verdi Altezza: 165 cm Peso: 48 Potere: Telepatia. Descriz. potere:
Failam sviluppa alla Colonia Lemuriana tutti i poteri mentali e cinetici. Un incidente stradale le procurerà successivamente un trauma che le precluderà l'uso dei poteri cinetici.
Avrà anche molti problemi a gestire la telepatia, riuscendo con fatica, ma molto più spesso non riuscendo affatto, a schermare la propria mente, venendo così a contatto con i pensieri di tutte le persone che le stanno accanto in un raggio di 50m.
Nome: Rupert McBridge Data di nascita: 12 luglio 1982 A: Dublino Capelli: Neri Occhi: Azzurri Altezza: 185 cm Peso: 78 Potere: Rigenerazione. Descriz. potere:
Rupert guarisce tre volte più in fretta di ogni altro essere umano. Inoltre il suo sangue ha capacità curative verso gli altri con la stessa velocità . Più sarà grossa la ferita da curare, più sangue sarà necessario, ma a seconda della quantità donata le forze dello stesso saranno inversamente proporzionali.
Nome: Sian Guinevere Houston. Data di nascita: 7 Luglio 1987. A: Liverpool. Capelli: castani. Occhi: marroni. Altezza: 1,58 m. Peso: 55 kg. Potere: psicometria. Descrizione del potere:
A Sian basta posare le mani su di un libro per conoscerne il contenuto, dalla prima all’ultima pagina; lo stesso vale per la corrispondenza, le mappe e quanto altro sia scritto.
Il tempo "d’assorbimento" varia dalla manciata di secondi ai dieci minuti.
L’utilizzo di questa dote trascende dalla sua volontà , inoltre, terminata l’elaborazione è preda di violente emicranie, accusa spossatezza fisica e non di rado, sviene.
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Nome: Jago Baker Data di Nascita: 8 Ottobre 1973 A: Londra (GB) Capelli: Biondi Occhi: Azzurri Altezza: 191 cm Peso: 83
Potere: Manipolazione dell’energia cinetica. Descrizione del potere: Jago può caricare piccoli oggetti inanimati con energia cinetica, dando loro potenza esplosiva. Questa operazione intacca la sua resistenza fisica, si indebolisce percettibilmente e non è difficile colpirlo nel periodo in cui recupera le forze. Ha sviluppato la sua abilità durante l’adolescenza, quando stentava a comprenderla e grazie al costante controllo sulle proprie emozioni ha ridotto al minimo la possibilità di incidenti, che si sono comunque verificati nei primi anni del liceo.
Nome: Nicholas Martin/Grant Data di Nascita: 4 Ottobre 1975 A: Los Angeles Capelli: Castani Occhi: Grigio/Azzurri Altezza: 178 cm Peso: 72 Potere: Telepatia. Descriz. potere:
Può ascoltare in tempo reale i pensieri altrui, può comunicare con la mente con qualsiasi persona lui decida di fare, utilizzando la voce mentale che più gli aggrada.
Nome: Sarah Martin/Grant Data di Nascita: 4 Ottobre 1975 A: Los Angeles Capelli: Biondi Occhi: Grigi Altezza: 172 cm Peso: 55 Potere: Telecinesi. Descriz. potere:
È in grado di spostare oggetti e persone con il pensiero. Più è pesante l'oggetto da muovere più intenso lo sforzo e la fatica nel compiere il gesto.
Nome: Destiny Nafar Gallagher Data di nascita: 3 Gennaio 1999 A: Londra (GB) Capelli: Biondi Occhi: Grigi Altezza: 137 cm Peso: 29
Potere: Telecinesi. Descrizione potere: È in grado di spostare oggetti e persone con il pensiero. Più è pesante l'oggetto da muovere più intenso lo sforzo e la fatica nel compiere il gesto.
Nome: Albert Sean Roseburn Data di nascita: 18 Settembre 1963 A: Albany, NY (USA) Capelli: Castani Occhi: Marroni Altezza: 179 cm Peso: 80 kg Potere: Induzione.
Nome: Ian Gawain O'Dwyer Nome di copertura: Clive Stefan Fitzgerald Data di Nascita: 17 Febbraio 1968 A: Inverness (Scozia) Capelli: Biondi Occhi: Azzurri Altezza: 182 cm Peso: 80
Nome: Gregory O'Neill Data di Nascita: 12 Settembre 1982 A: Wicklow Capelli: Castano scuro Occhi: Azzurri Altezza: 180 cm Peso: 76 PNG: Lavora nell'officina del padre in Greenhill Road.
Nome: Guinevere Elaine O’Connor Data di Nascita: 9 Dicembre 1959 A: Wicklow Town Capelli: Rossi ed ondulati Occhi: Verdi Altezza: 175 cm Peso: 65
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Nome: Jasper Houston Data di nascita: 28 Agosto 1955 A: Liverpool Capelli: Castani e mossi, un po’ radi sulle tempie. Occhi: Verdi Altezza: 186 cm Peso: 82 kg
Nome: Theresa Wheeler Data di Nascita: 8 Gennaio 1979 A: Limerick Capelli: Biondi Occhi: Grigi Altezza: 175 cm Peso: 65 PNG: Arriva a Wicklow per assumere l'incarico di vicedirettore della locale sede della Banca d'Irlanda.
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